Meditazioni

Se vuoi la pace della mente, non guardare le colpe degli altri, piuttosto osserva le tue. Impara a vivere il mondo come tuo. Se niente e nessuno ti sarà straniero, il mondo intero ti apparterrà.

Sri Sarada Devi

Vedanta

La parola Vedanta proviene da Veda (conoscenza), i Veda essendo le più antiche scritture religiose attualmente conosciute; e Anta (punto ultimo, culmine del sapere). La filosofia del Vedanta insegna la presenza del Divino in ogni essere la natura reale dell'uomo e dell'universo intero é divina. Lo scopo della vita umana é quello di sviluppare e di manifestare questa natura divina. Le diverse religioni nel mondo costituiscono altrettanti cammini per arrivare a questa realizzazione. L'Unità nella diversità é il tema immortale del Vedanta.

In India, che é il suo Paese d'origine, il Vedanta é diventato la base comune delle differenti vie spirituali che vi esistono. Dimostra, in effetti, l'unità essenziale di tutte le religioni, riconoscendo che esse portano alla stessa Verità. Il Vedanta accetta anche tutti i grandi profeti e istruttori spirituali, poiché sostiene che tutti sono delle manifestazioni della Divinità unica. Accettandoli tutti, il Vedanta non cerca di convertire, non inculca dogmi, ma offre una base razionale per le pratiche comuni a tutte le religioni. Il Vedanta, quale filosofia universale, resta indipendente dalle razze, dalle nazionalità o dai credi particolari. Poiché ci lascia liberi di raggiungere la nostra liberazione secondo le nostre preferenze personali, il Vedanta non é una setta, né appartiene ad uno specifico movimento o gruppo. Esso è espressione di quella tradizione unica metafisica universale che prescinde da ogni coordinata spazio-temporale e ogni appartenenza umana.

La pratica del Vedanta é abitualmente chiamata "Yoga", termine generale per indicare le diverse tecniche attraverso le quali la filosofia vedantica si trasforma in realizzazione. Lo Yoga é molto di più che la pratica delle posizioni e degli esercizi respiratori . In effetti esistono diversi Yoga (discipline spirituali), ciascuno di essi convenendo a persone di gusti e temperamenti differenti. Attraverso il Jnana Yoga, lo spirito viene purificato grazie alla pratica della discriminazione fra la realtà assoluta e il mondo fenomenico fino a che diventi capace di discernire chiaramente la Verità. Attraverso il Bhakti Yoga, il cuore viene purificato. Le emozioni sono dirette verso il Supremo in quanto Dio personale, con l'aiuto dei simboli, dei riti, delle preghiere e dei canti. Il Karma-Yoga richiede all'aspirante di purificare la sua natura attiva, consacrando le sue energie al servizio dell'uomo come Dio, in uno spirito di disinteressamento. Il Raja-Yoga é la scienza del controllo totale del corpo e del mentale attraverso la concentrazione e la meditazione. Così tutti gli Yoga conducono alla trasformazione della coscienza attraverso una trasformazione del carattere e del comportamento. Si può praticare uno o più Yoga, conforme alle proprie tendenze individuali.

L'armonia degli Yoga rappresentata simbolicamente dall'emblema di Ramakrishna, mostrata qua sotto. L'anima, simbolizzata dal cigno, fluttua con serenità sull'oceano del lavoro disinteressato (Karma-Yoga), sostenuta dal loto della devozione (Bhakti-Yoga) e illuminata dal sol levante della conoscenza (Jnana-Yoga) il tutto essendo contornato dal serpente che mette tutto in movimento (Raja-Yoga). La scritta in sanscrito significa "Che Lui ci illumini".

L'etica del Vedanta é basata sull'unità di tutta l'esistenza. Se ingiurio qualcuno, ingiurio me stesso. Se aiuto qualcuno, aiuto me stesso. Il principio vedantico fornisce un'etica universale dichiarando che l'individuo e il mondo, loro base, non fanno che uno. Così, il Vedanta é allo stesso tempo una filosofia, una religione, una psicologia e un'etica, tutte integrate in una metafisica razionale. Il Vedanta insiste sul fatto che l'uomo, sottomettendosi alle discipline necessarie, può realizzare la Verità, anche in questa stessa vita.

Questo è l'insegnamento lasciato da Ramakrishna al mondo attraverso i suoi discepoli.



Giuseppe Tucci - Umanesimo Indiano PDF Stampa E-mail
Nel 1936 cadde l’anniversario della nascita di Ramakrishna, di una cioè delle più grandi figure della mistica indiana.
    Ramakrishna, come dissi nella commemorazione che ne feci1, è ancora vivo e presente nell’India moderna, la quale traverso l’interpretazione che ne diede Vivekanada, ha visto in lui il rinnovatore dell’anima indiana: colui cioè che ha riportato gli spiriti a una spontaneità e immediatezza di sentire; che non solo purifica la religione, ma fortifica e nobilita le qualità morali.
    Tutta l’India si è ancora raccolta intorno a lui e ne ha ricordato la grande personalità che il tempo sembra piuttosto accrescere che diminuire, e l’ha commemorato in diverse guise: sia cominciando la costruzione di un gran tempio a Belur ove meditò e si spense il discepolo ed allievo principale di Ramakrishna, voglio dire Vivekanada, sia tenendo a Calcutta un congresso mondiale di problemi religiosi, sia infine pubblicando in suo onore tre grossi volumi che espongono, in sintesi, i caratteri della civiltà indiana e la conquista del pensiero indiano2.
    Modo più degno non si poteva trovare per commemorare un asceta il quale nel XIX secolo ha rinnovato la tradizione millenaria della mistica indiana e sembrò in se medesimo raccogliere e impersonare gli ideali religiosi della sua stirpe. Tre grossi volumi divisi in 90 capitoli, ciascuno compilato da un autore competente.   
   Fa piacere vedere che gli scrittori sono tutti quanti indiani. È passato ormai il tempo quando l’indologia era il privilegio delle università occidentali; gli indiani hanno cominciato a studiare da sè il proprio paese e le proprie tradizioni ed in pochi decenni hanno pubblicato lavori di prim’ordine. Certo in questa opera non di rado si nota un appassionato amor di patria che induce gli scrittori a valutazioni eccessive e non sempre sostenibili di molti aspetti del pensiero e dell’arte indiana. Ma è naturale sia così, quando alla coscienza di un grande passato facciano riscontro condizioni politiche non fiorenti, e si cerchi perciò nel ricordo degli antichi fastigi trarre l’auspicio di un radioso futuro.
    Un’opera come questa di cui sto parlando, fatta per collaborazione, è naturale che si presenti un po’ frammentaria: i varii capitoli sono spesso giustapposti più che organicamente collegati in un’esposizione unitaria dell’anima dell’India. Si sarebbe forse potuto ovviare a questo difetto con un capitolo introduttivo o di conclusione in cui qualcheduno avesse in  certo modo tirato la somma di questa lucida e minuta esposizione che in quasi 2000 pagine traccia lo sviluppo del pensiero e dello spirito indiano. Poiché è, secondo me, venuto il tempo di liberarsi da un grave pregiudizio che ha imperato nei nostri studi e s’è riflesso nell’opinione della gente nei riguardi dell’India, che cioè questa sia un mosaico di culture e una pluralità di atteggiamenti spirituali male unificati e male unificabili.
    In fondo noi ci siamo lasciati fuorviare dall’apparenza esteriore di certi atteggiamenti filosofici che sono il frutto di una lunga elaborazione scolastica - abbiamo cioè seguito le orme degli eruditi indiani ed abbiamo arbitrariamente scisso l’esperienza filosofica e religiosa dell’India in cinque o sei grandi rami: la speculazione upanishadica, la Mîmâmsâ (ritualistica), il Vedânta, il Sankhya, lo Yoga, il Nyâya (logica) ed il Vaisesika (atomosmo) più due scuole che abbiamo senz’altro qualificato come eterodosse, il Jainismo ed il Buddhismo. Ma l’apparente diversità delle formulazioni dommatiche inasprita dalla rivalità di scuole ci ha fatto dimenticare che tutte le più tardive elucubrazioni e i sottili filosofemi dei teologi nascondono, col loro rigoglioso e spesso farraginoso prosperare, un'unità di indirizzo e di concezioni: unità nella quale si esprimono i caratteri essenziali dell’anima indiana di fronte ai massimi problemi.
    Unità che è anche continuità nel tempo, ché dagli albori della civiltà indiana, dei quali gli scavi fatti a Mohenjodaro e ad Harappa ci hanno dato imprevedute rivelazioni, fino ai tempi nostri vediamo le stesse idee e le stesse concezioni, ora più vive ora più languide, permeare, sia pure sempre arricchendosi di nuovi elementi, tutte quante le forme di vita e di pensiero di questo popolo. Se uno volesse trovare una parola sola per esprimerle potrebbe ricorrere alla parola Yoga. Poiché Yoga non significa già una tecnica psico-fisica, ma presuppone l’esperienza come base della vita spirituale. L’indiano, in altre parole, non ha voluto conoscere per conoscere, ma conoscere per vivere: e non già per vivere nel tempo, ma per vivere nell’eterno. L’India non ha conosciuto la lotta fra l’io ed il non io, intesi come due realtà, che tendono a fondersi e non trovano mai la via di trasmutarsi l’una nell’altra, ma ha superato o meglio negato la parvenza del divenire per perdersi nell’essere assoluto. Tutto ciò che diviene non è e non su quello si volge l’attenzione dell’uomo, ma piuttosto su quell’essere che a quel divenire soggiace e che quel divenire condiziona. La personalità umana è sogno: il fine del conoscere e dell’operare è l’âtman o il  nirvâna, definizione l’una positiva, l’altra negativa della stessa indiscriminabile realtà nella quale il molteplice si annulla e il divenire cede all’essere o il tempo all’eterno. È evidente perciò che la mistica abbia avuto in India preminenza sulla scienza. La scienza parte dal presupposto che il mondo sia reale, ma per l’India il mondo è un sogno, anche per quei sistemi, come quelli tantrici, che lo consideravano come la veste o il velo o il gioco di Dio: perché è sempre un miraggio che bisogna raggiungere. Su tali basi non può sorgere e svilupparsi nessuna scienza degna di questo nome: la vera scienza dell’India è stata la psicologia mistica intesa ad indicare la via per cui l’uomo si annulli, con le proprie forze, nel tutto. E questo annullamento della personalità può ottenersi quando, per progressivo ascendere, l’uomo si smaterializzi e quindi si perda nell’infinita luce delle coscienza cosmica, che è perfezione di essere, intelligenza e beatitudine.
    In India la liberazione non deriva da una lotta vittoriosa del bene sul male; il problema etico esula quasi dalla filosofia indiana la quale considera bene e male aspetti del contingente e del divenire, così come stima le esistenze paradisiache non desiderabili perché anch’esse soggette al fatale decadimento di tutto ciò che abbia una forma o rappresenti uno stato d’essere. La liberazione non è la soppressione del male, ma la soppressione del non conoscere. E non conoscere è ogni operazione dell’intelletto umano, perché ogni operazione dell’intelletto, creando i suoi fantasmi e le sue costruzioni, ci allontana da quell’indiscriminata coscienza cosmica che è la scaturigine e il presupposto di ogni pensiero particolare, ma nella quale questo pensiero particolare deve annullarsi e spegnersi.
    Se le scuole si differenziano e discutono, la disparità delle opinioni si riferisce sempre alla costruzione logica ed alla impalcatura dialettica, ma l’esperienza che i varî sistemi descrivono è nel fondo sempre identica anche se il nome con cui viene designata è diverso.
    Certo lo sviluppo di queste concezioni è stato lento: e non privo di contrasti ed interferenze con correnti di pensiero diverse. Non bisogna infatti dimenticare che se l’India è unità, quest’unità non è l’unità dell’uniformità, ma unità di sintesi, in continua formazione e sviluppo. E se anche quelle idee e concezioni sono divenute caratteristiche della cultura indiana, ciò non è avvenuto senza continue lotte e assimilazioni e compromessi persino.
    Quando noi troviamo che i Veda ci parlavano di una vita ultraterrena ove le ombre dei padri sopravvivono alla morte del corpo e attendono l’offerta delle progenie superstiti non riusciamo a conciliare questa visione della vita con quella che più tardi dominerà l’India, voglio dire quella del Karman: una volta ammessa la legge del Karman non c’è più posto per una vita nel «regno dei padri»: l’uomo si crea da sè medesimo il suo futuro destino: muore per subito rinascere condizionando questa sua nuova vita  con le azioni compiute: causalità morale così ferrea come quella che la scienza discopre nel mondo della natura. Da una parte una concezione che ricorda quella dei campi elisi, dall’altra una teoria ciclica. E siccome le civiltà si distinguono soprattutto nei riguardi del destino dell’uomo dopo la morte, questi due diversi aspetti ci indicano il confluire di due civiltà sul suolo dell’India. Difatti da una parte possiamo identificare il filone indoeuropeo più o meno rappresentato dalla tradizione vedica e dall’altra l’elemento indigeno preariano ed anariano sia esso stato dravidico od austroasiatico o, com’è più probabile, coesistenza di questi due strati.
    Poco alla volta l’India aborigena ha preso il sopravvento sulla cultura degli invasori: e questi hanno finito con l’accettare molta parte dei culti, le credenze, le concezioni del paese su cui s’erano stabiliti. Le deità vediche Indra, Varuna, Agni stesso, passano poco alla volta in sottordine: le deità femminili, gli spiriti del suolo, le deità ctoniche, il mondo degli animali e delle piante, delle piante soprattutto, vengono in primo piano. E su queste credenze monta su dalle più antiche e profonde tradizioni dell’India lo Yoga, prima inteso come tecnica fisico-psichica capace di procurare poteri taumaturgici, poi, a mano a mano che la cultura si affina e la religiosità diventa più spirituale e pura, come disciplina del corpo e della mente. Con l’apparire e predominare di questo elemento, col prevalere della teoria del Karman, col diffondersi dei culti di deità concepite sempre presenti per l’uomo e perciò venerate con quella raccolta e affettuosa devozione che anticipa le scuole più tarde della bhakti, l’India storica si è formata, il suo pensiero si è individuato e definito; non chiuso tuttavia perché la civiltà indiana è sempre stata pronta ad accogliere ed assorbire non solo questi elementi scaturenti dal più vetusto patrimonio culturale, ma anche quelli che affluivano da ogni parte a mano a mano che le vicende storiche la mettevano in contatto con altri paesi ed altre visioni di vita. A leggere questo volume che s’è pubblicato in onore di Ramakrishna non pare che tutti gli studiosi indiani siano d’accordo su questo duplice elemento che lotta nella tradizione indiana. Ancora essi sembrano nella maggior parte essere sotto il fascino del mito indoeuropeo e molti si ostinano come il Venkateswara a volere intendere Mohenjodaro e Harappa come centri di cultura vedica. Teoria che tuttavia il Majumdar (vedi vol, III, pag. 2) non accetta. La cultura indiana non è cultura tutta indoeuropea, come non è neppure tutta anariana, ma è la sintesi di tutte e due, più potente forse la prima nel foggiare la concezione sociale, nel determinare il posto che l’individuo occupa nella famiglia e nella società, più vitale ed efficace la seconda nello sviluppo filosofico, religioso ed artistico. Dalla fusione di queste due correnti potentissime è sorta quell’unità che è la cultura indiana. La quale ha preso un po’ da tutti, specialmente dall’Iran e dalla Grecia. Da quello l’idea del monarca universale e il modello dei palazzi reali; da questa traverso gli stati indo-greci fondati da Alessandro Magno ed i suoi successori il tipo figurato del Buddha, il movimento e la naturalezza nella scultura, e l’astrologia importata dalla scuola di Alessandria.
    L’India dunque non è stata mai chiusa: nulla di più errato che la concezione ancora tanto comune in Europa che l’India sia stato il paese della stasi. Mutamento continuo, traverso il quale tutto ciò ch’era estraneo veniva lentamente assorbito, riplasmato, adattato allo spirito indiano; anche l’islamismo, la più rigida ed intollerante delle forme religiose, non si è sottratto a questo destino. L’islamismo è stato ripensato in India in forma indiana. Solo sul suolo indiano è concepibile un imperatore come Akbar, e solo in India i poeti musulmani potevano scegliere per argomento dei loro canti leggende e simbolismi tratti dalle religioni degli infedeli. Musulmani furono molti poeti che cantarono con garbo e passione insolita gli amori di Radha e Krishna, che esprimono nei moti intensi della passione le ascese mistiche dell’animo: e furono persino i musulmani che misero in onore nel Bengala le astrazioni delle scuole esoteriche.
    Ma l’India non ha preso soltanto: ha anche molto dato. Due paesi al mondo possono vantarsi di aver raggiunto tanto alta cultura e cosi' universale da poterla spargere per continenti interi informando quasi delle proprie creazioni lo spirito di popoli disparatissimi: l’Italia e l’India; ché, come ho avuto occasione di dire altre volte, anche nei riguardi dell’Asia si può parlare di un umanesimo, che è appunto l’umanesimo buddhistico: quella nuova intuizione dell’uomo e dei suoi valori universali che il buddhismo scoprì e poco alla volta diffuse attraverso un glorioso apostolato su tutto il suolo dell’Asia. Il verbo del Buddha trasmigrò ma con lui trasmigrò anche questo nuovo concetto dell’uomo, ed informò le più nobili creazioni dell’arte e del pensiero dall’Iran al Mar di Cina, dalle steppe della Mongolia all’Insulindia. Gl’Indiani possono dunque a ragione parlare di una Magna India, la quale ha conservato, o nella quale è riflesso quello che v’è di più eterno nell’anima indiana, l’essenza imperitura del suo contributo allo spirito umano. Il tentativo coraggioso del Ramakrishna Mission merita dunque il nostro più vivo compiacimento; il lettore intelligente potrà, attraverso queste esperienze, per necessità frammentarie, ricostruire nelle grandi linee lo sviluppo di una cultura più grande, più ricca e più duratura.

(Asiatica, III [1937], pp. 416-420)

1 Ramakrishna Paramahamsa, lettura tenuta all’Ismeo il 1° maggio 1936-XV.
2 The Cultural Heritage of India, Sri Ramakrishna Centenary Memorial, Belur Math, Calcutta, III vol., pagg. XXX-608; IX-617; X-692.

Tratto da Giuseppe Tucci

 
Swami Veetamohananda - Come praticare la meditazione secondo il Vedanta PDF Stampa E-mail
La realizzazione del nostro essere profondo passa per tre stadi; il primo è la ricerca di Dio,poi viene il risveglio dell’anima individuale. Al terzo stadio, la via verso l’infinito prende la forma di tre correnti, le correnti della coscienza che legano l’anima individuale all’infinito.

1)      la corrente del suono (Nada o Shabda).

2)      la corrente di luce.

3)      La corrente d’amore.

Appena il risveglio dell’anima individuale (cioè la trasformazione di sé) è avvenuto e noi penetriamo l’una o l’altra di queste correnti, il nostro progresso spirituale è determinato quasi intermente dalla natura e dalla forza della corrente che ci trascina.

Con il risveglio dell’anima individuale, lo sforzo personale arriva più o meno alla fine, e noi siamo allora nelle mani del Divino. E lo Yoga individuale si integra nello Yoga Divino.

La rapidità con cui ora progrediremo dipende da tre fattori:

-         l’intensità dell’aspirazione della nostra anima;

-         il nostro potenziale spirituale

-         e la grazia del Divino.

Più l’aspirazione è forte, più rapido è il progresso. Ogni aspirante nasce con un certo fondo di potenziale spirituale: la somma totale dei samskara residui acquisiti attraverso le lotte spirituali nelle vite precedenti. Nel corso di questa vita presente, lui o lei non può realizzare che questo potenziale. Tutto ciò che otterrà in più, deve essere attribuito alla grazia Divina. Come Sri Ramakrishna aveva l’abitudine di dire, la grazia di Dio soffia senza arresto, ma noi dobbiamo vegliare per spiegare le nostre vele: “spiegare le nostre vele” significa compiere uno sforzo personale e questo sforzo personale si deve perseguire fino al risveglio dell’anima.

Abbiamo parlato di tre correnti di coscienza aldilà del punto di risveglio personale. Possiamo sceglierne uno come vogliamo? No, perché ci spostiamo spontaneamente in essi secondo la costituzione elementare della nostra anima. La coscienza non si manifesta nello stesso modo in noi. Certamente sono più sensibili al suono e ai simboli del suono come le lettere dell’alfabeto e i segni matematici. Altre sono più sensibili alla forma, al colore e alla luce. Per un numero abbastanza grande, la coscienza è essenzialmente un’esperienza dello spostamento della volontà o dei sentimenti. C’è un piccolo gruppo di persone la cui coscienza si orienta soprattutto verso l’anima e che trovano che è più facile conservare la propria coscienza personale che una coscienza oggettiva.

La coscienza di un debuttante è generalmente un miscuglio confuso di queste quattro forme d manifestazioni. Ma negli stati avanzati della vita spirituale queste differenze assumono importanza e, con il risveglio dell’anima, dopo aver attraversato la “soglia d’oro”, determinano la corrente di coscienza lungo la quale l’anima va spostandosi. Di queste quattro forme di coscienza citate, la coscienza di sé appartiene alla via di conoscenza Jnana, i simboli sonori, la volontà o il sentimento appartengono alla via del devozione, Bhakti.

Secondo il Vedanta, il suono, Shabda, è una manifestazione particolare della coscienza, di cui la forma più grossolana è la parola parlata. E’ il senso che apporta un potere alle parole. Non possiamo né pensare, né comunicare senza le parole. Dietro ogni parola, c’è un senso. Che cos’è il senso? E’ una forma di potere della coscienza che rivela la conoscenza e unisce il soggetto all’oggetto. I grammatici indiani di un tempo lo chiamavano Sphota o esplosione. Così dietro ogni parola  c’è un senso, dietro il senso c’è un’esplosione e dietro questo potere c’è la coscienza. Fu una delle grandi scoperte che furono fatte in India. Panini, uno dei più importanti grammatici, formulò i suoi principi verso l’anno 500 avanti Gesù-Cristo.

Questo portò ad un’altra scoperta. Se ogni uomo dava i proprio senso alle parole che impiega, sarebbe impossibile comunicare con gli altri. Ciò dimostra che tutte le parole, infatti, tutte le lingue, sono basate su un universo comune di significato. Ciò vuol dire che c’è un potere esplosivo universale associato a Brahman, la Coscienza Cosmica. Questo potere universale che porta il significato è chiamato il Suono-Brahman o Nada-Brahman, il Logos – Hindu, come diceva Swami Vivekananda. E’ perché esiste questo substrato universale comune, che è possibile alle genti comunicare tra loro nel mondo e comprendersi gli uni gli altri, anche senza dover utilizzare le parole.

Come conosciamo un oggetto?

Secondo le teorie vedantiche della percezione,la mente esce, per mezzo dei sensi, come una sonda e prende la forma dell’oggetto, mentre la luce dell’AtmanMa secondo gli antichi grammatici indiani, è il Suono-Brahman che rivela le immagini e gli oggetti del mondo esteriore nella mente e, in seguito, comunica questa conoscenza agli altri per mezzo della parola. E’ questo potere rivelatore, manifesto, che fa sorgere le parole, che è indicato con il termine “esplosione” o scoppio. illumina l’interno della “sonda” e rivela la forma dell’oggetto.

L’apertura verso l’esterno o il movimento rivelatore del Suono-Brahman, avviene in quattro stadi:

1)      al primo stadio, la conoscenza è come una coscienza indifferenziata;

2)      allo stadio seguente, essa separa la parola, vak, e il suo significato, ma essi restano legati in una unità, come le due metà di un seme. E’ il livello dell’intuizione, il piano dell’intelletto, la buddhi;

3)      al terzo stadio, la conoscenza  separa il Suono-Smbolo e il suo significato come una bolla d’aria. E’ il livello del pensiero ordinario, il piano della mente o manas;

4)      infine, quando noi parliamo, la “bolla” scoppia e il significato contenuto nel Suono-Simbolo è comunicato all’uditore.

La meditazione è l’inverso di questo movimento verso l’esterno.

Il culto esteriore e il canto a voce alta dei Mantra rappresentano questo quarto stadio. Di là noi passiamo allo stadio in cui ripetiamo un Mantra mentalmente e pensiamo al suo significato, cioè noi visualizziamo l’immagine della Divinità. Quando la meditazione si approfondisce, il Mantra e l’immagine si avvicinano sempre di più l’una all’altra, finché sono infine unificate, e noi raggiungiamo allora lo stadio del risveglio spirituale.

E noi siamo portati dalla corrente del suono.

Benché il Suono-Brahman sia infinito e onnipervadente, si situa in due punti o centri in ogni persona: Un punto superiore, l’Ajna Chakra, e un punto inferiore, nel cuore, l’Anahata Chakra. Nella scienza dei Mantra, il punto rappresenta l’anima individuale,la corrente di forza della coscienza tra i due punti, è chiamato suono.

Al punto inferiore, il suono è separato in parola e nel suo significato. Come abbiamo detoprima, coiò rappresenta lo stadio di risveglio spirituale. Questa separazione del suono che prosegue senza arresto al punto inferiore, produce il suono eterno, senza origine, “non percosso” chiamato Anahata-Dwani, “intenso” “sentito” dagli yogi nel loro cuore. Non tutti gli yog ilo sentono,ma soltanto quelli la cuimente è sensibile alle vibrazionisonore.

Nel loro caso, il risveglio spirituale significa il risveglio del punto situato nel cuore, segnato dalla coscienza del suono “senza origine”, Anahata-Dwani.

Come avviene questo risveglio? Negli aspiranti la cui mente è più sensibile al suono e orientata verso la parola, il risveglio è prodotto dal potere della parola. Le parole ordinarie hanno un potere limitato e si rapportano agli oggetti fisici o alle idee mentali. Ma ci sono parole particolari o parole-formule chiamate Mantra, che si rapportano agli oggetti soprascritti e che hanno i potere di rivelare la verità spirituale. Le parole ordinarie hanno solo un potere, il potere di designare il potere di comunicare il significato. Se voi vedete un elefante e dite:” io vedo un elefante”, la frase comunica la vostra conoscenza. La ripetizione della frase, “io vedo un elegante”, non aggiungerebbe nulla alla vostra conoscenza né a quella degli altri. Ciò non farebbe nessuna differenza se vi esprimeste in un’altra lingua, per esempio in Latino o in Ebraico. Anche i Mantra hanno questo potere di comunicare il significato. Per esempio, il significato del MantraNamah Shivaja” è “Saluti a Shiva” e questo significato può essere espresso in qualunque lingua. Se questo significato è conosciuto, perché le persone continuano a ripetere il Mantra? Ciò dimostra chela sua ripetizione ha una finalità ben superiore. “

Questa finalità è il risveglio dell’anima e la percezione diretta soprasensibile della forma spirituale reale della Divinità. Ogni vero Mantra ha il potere intrinseco di produrre queste esperienze superiori. Questo potere mistico inerente al Mantra è il suo vero potere. Solo le radici originali e la struttura della sintassi del sanscrito possono servire da veicolo a questo potere, che perde quando è tradotto in altre lingue. Questo potere resta assopito quando il Mantra è ripetuto senza concentrazione, senza purezza né devozione. Per risvegliare la forza del significato, Vacara Shakti, di un Mantra, un altro potere è necessario: il potere della pratica spirituale. Con la purificazione, la concentrazione e la devozione, si possono fare agire armoniosamente e aritmicamente i due canali dell’energia psichica chiamati Ida e Pingala.

Quando la ripetizione del Mantra è armonizzata con questo ritmo interiore, il Mantra diventa lentamente risvegliato. Una volta che è risvegliato,la sua ripetizione porta molto presto al risveglio dell’anima.

Come dicevo prima, dopo il risveglio dell’anima, il cercatore entra nella corrente del suono, Nada. Come può andare oltre? Certi aspiranti seguono la traccia del suono “Om” e si dirigono verso l’Aspetto senza forma della Realtà. La maggior parte degli altri ricercano una visione diretta della loro Divinità d’Elezione. Il risveglio dell’anima non è che la prima funzione di un Mantra. La seconda e più importante funzione è ricondurre l’anima alla Divinità.

Questo potere del Mantra di rivelare la Divinità concentrata in una sillaba mistica chiamata “Bija” seme. Ogni corpo vivente, animale, umano o divino, è costruito secondo un tipo fondamentale, che è lui stesso il risultato dell’evoluzione di un codice o di una formula primordiale. La totalità del corpo umano non è che una versione dispiegata del codice genetico, che gli scienziati hanno scoperto nei cromosomi. Nello stesso modo, lo spirito umano ha anche lui il proprio codice primordiale nascosto nel “punto” Bindu. Il corpo spirituale di una divinità, consiste di elementi altamente raffinati (sattvici) ha anche il suo proprio codice primordiale. E’ ciò che è conosciuto come “seme” bija. Il seme rappresenta la caratteristica unica e i poteri della Divinità. Non è un semplice simbolo, ma un seme vivo che, quando è risvegliato, materializza la forma spirituale della Divinità.

Il “seme” non manifesterà il proprio potere, se non quando il punto, bindu, (cioè l’anima) si è risvegliato. Dopo che l’anima individuale si è risvegliata, entra nella corrente del suono, ma non si dirige verso la Realtà senza forma, il “seme” la svia verso la Divinità. E’ come se voi saliste su un treno che va a Parigi, a Gretz e discendeste a Ozoir o a Val-de-Fontaney.

Il seme è l’anello che unisce il Brahman impersonale alla Divinità personale.

Un Mantra è formato generalmente da quattro sillabe:

1)      l’Om che rappresenta l’Impersonale;

2)      Il seme che è il legame che unisce l’Impersonale alla Divinità

3)      Il nome della Divinità

4)      Una parola che indica il saluto o l’abbandono.

Lo studio dei Mantra è in se stesso una scienza. Avremo forse l’occasione di studiarla in futuro.

I cercatori spirituali le cui menti sono più sensibili alle immagini e al colore più che al suono, si muovono sul cammino della luce. Per “luce” si intende la luce della coscienza. L’esperienza di questa luce è l’esperienza fondamentale che si può fare su questo cammino. Il risveglio dell’anima viene sperimentato come la percezione di luce nel cuore. Di qui, come nella corrente del suono, si può andare al senza forma o a una delle forme divine del Signore. [ E’ così che noi la pratichiamo, qui nel nostro gruppo di meditazione]. Nel primo caso, il progresso è semplicemente una intensificazione progressiva ed un aumento della luce, che culmina nella visione di Dio, oceano infinito di luce o sole risplendente. Nel secondo caso, l’immagine della Divinità sulla quale si medita, diventa sempre più reale e luminosa [Anche questo lo abbiamo praticato nel nostro gruppo di meditazione].

Intensificando la meditazione, la visione della Divinità divine e di una dolcezza e di una bellezza estrema. Le Upanishd citano spesso il sole come il simbolo dell’irraggiamento divino.

La Chandogja Upanishad, per esempio, parla del carattere immediato di una visione che si svolge davanti l’occhio interiore di un saggio: “Ora egli vede nel globo solare questa persona d’oro, con la barba dorata, i capelli dorati, e che irraggia luce magnificamente fino alla punta stessa delle unghie” [Ecco perché anche noi prendiamo il sole come uno degli oggetti della meditazione].

Questa luce superiore non è un simbolo o un’immaginazione. E’ qualcosa che si può sperimentare direttamente quando l’intelletto è purificato. Possiamo immaginarci di vedere diverse forme e sbagliarci credendole vere. Ma questa luce ha una folgore rassicurante  più reale, più pura e così brillante quanto il sole e anche di più.

C’è un numero di aspiranti spirituali, la cui coscienza è più orientata verso i movimenti della volontà e dei sentimenti che non verso le esperienze del suono e della luce.

Questi aspiranti entrano nella corrente di coscienza centrata su Dio, dopo il risveglio dell’essere interiore. Questa coscienza centrata su Dio è così potente che attira a sèi sensi e la mente, le emozioni e gli umori, gli istinti e le pulsioni. Ciò che l’aspirante sperimenta, è la potenza, non i suoni e le immagini, perché tutti i nomi e le forme, i concetti e i ricordi, sono sommersi in questa impetuosità del richiamo spirituale.

Per questi aspiranti, il risveglio dell’essere interiore può non essere segnato dall’ascolto del suono “senza origine” o dalla visione della luce interiore, e prende piuttosto la forma di un desiderio intenso o di un’ aspirazione per Dio. L’aspirazione spirituale ordinaria non è che una specie di interesse per le cose superiori, o al meglio, un desiderio negativo di essere liberato dalle difficoltà  dalle sofferenze. Essa diventa un’aspirazione positiva, sotto la forma di un intenso amore per Dio,solo quando l’aspirante ha gustato un poco la felicità più alta. Questo gusto viene soltanto con il risveglio dell’essere interiore. E’soltanto dopo aver aftto l’esperienza della gioia dell’Atman, che l’aspirante percepisce una intensa impazienza per la felicità suprema di Brahman.

Sri Ramakrishna dice a proposito di questa fame dell’anima: “All’avvicinarsi dell’alba,, l’orizzonte verso est diventa fiammeggiante. Si sa allora che presto rileverà il sole. Allo stesso modo, se vedete una persona che si preoccupa vivamente di Dio, potete essere sicuri che non dovrà attendere più a lungo, per avere la sua visione”.

Il risveglio dell’essere interiore lancia l’anima nella corrente della coscienza di Dio. Essere coscienti di Dio significa andare oltre la semplice, nozione popolare, chela devozione è una specie di emozione. In tutte le Scritture, le emozioni sono considerate come un ostacolo alla devozione. La devozione non è una forma di desiderio, perché il desiderio ha la natura della costrizione. I piani spirituali superiori non possono essere raggiunti, che da una facoltà superiore. Nella via della conoscenza, la facoltà più elevata utilizzata è l’intelligenza superiore o intuizione. Nella vai della devozione, la facoltà più alta utilizzata è la volontà.

Che cosa si intende per volontà? E una concentrazione della coscienza. E’ l’aspetto dinamico dell’intelligenza, esattamente come la coscienza è l’aspetto statico dell’intelligenza.

Come la coscienza individuale non è che una parte della coscienza suprema di Dio, allo stesso modo la volontà intellettuale non è che una parte della Sua Volontà Suprema. La volontà è l’impulso creativo primordiale. Le Upanishad dichiarano che, all’inizio, c’era un solo essere non duale. Poi, egli decise: “Che io sia il molteplice” E’ questa volontà primordiale creatrice del Divino, che agisce in tutti gli esseri umani come la volontà individuale.

Quando la volontà individuale è diretta verso il basso, diventa schiava degli istinti e delle emozioni, quando è diretta verso l’esterno, si attacca a gli oggetti dei sensi.

E’ così che nascono l’amore mondano e l’attaccamento. Quando può la volontà liberata dalle emozioni e dagli oggetti esteriori, ed è orientata direttamente verso Dio, diventa devozione.

Dunque la devozione è la pura volontà diretta verso Dio.

Molti mistici cristiani hanno distinto la carità (amore dell’uomo per Dio) e l’agape (amore di Dio per l’uomo) identificando i primi due alla volontà e l’ultimo alle emozioni.

“Il secondo segno distintivo della carità, ha detto Santa Teresa, è che, a differenza delle forme inferiori dell’amore, non è un’emozione. Comincia come un atto di volontà ed è compiuta come una coscienza puramente spirituale, una conoscenza di amore unitivo dell’essenza del suo oggetto”.

Qual è la relazione tra l’amore umano e la devozione? Hanno entrambi la volontà pura come nocciolo centrale. Ma, nell’amore umano, la manifestazione della volontà è limitata e deformata dalle emozioni, mentre nella devozione, è pura e senza impedimenti. E’ ciò che voleva dire Swami Vivekanada rispondendo così alla domanda: Come sviluppare la devozione, “La devozione è in voi, solo un velo di bramosia e di ricchezza la ricopre. Quando sarà tolto, la devozione si manifesterà da se stessa”. La volontà è il potere della coscienza, e dunque l’amore è un potere. E’ uno dei principi fondamentali della devozione. Se l’amore di Dio non fosse nient’altro che il distacco e la proiezione verso Dio della volontà, allora la devozione sarebbe solo una contemplazione calma e tranquilla di Dio e si potrebbe difficilmente differenziarla dalla conoscenza, jnana. Infatti, è ciò che certi grandi maestri considerano come la vera devozione. Esattamente cometa conoscenza non è che una manifestazione dell’aspetto coscienza di Brahman, così le emozioni consono che una manifestazione dell’aspetto felicità di Brahman.

Appena la volontà è liberata dall’influenza degli istinti primitivi ed è diretta verso Dio, è resa più forte dalla grazia di Dio e, come tale, può portare le emozioni verso Dio.

Ogni emozione che è in rapporto con una tale volontà spiritualizzata, sarà infiammata, purificata e trasformata. E’ la capacità d’integrare e di trasformare le emozioni e i sentimenti ordinari, che differenzia la devozione, Bhakti, da tutte le altre discipline spirituali, e che la mette alla portata dell’uomo comune. Benché la devozione non sia un’emozione, tutta la sua diversità, il suo calore e la sua ricchezza nascono dall’associazione con le emozioni.

La contrazione su Dio, della volontà purificata, infiammata e fortificata dalle emozioni sublimate, ecco ciò che significa Bhava, l’emozione spirituale.

Appena si compie il risveglio interiore, l’aspirante è preso nella corrente dell’emozione spirituale e si pone in essa. Come progredisce in seguito? Quali sono le sue esperienze, quali sono le tappe che attraversa? C’è una grande ricchezza e una grande varietà di informazioni su questo argomento nella lettura devozionale dell’Induismo, del Cristianesimo e dell’Islam con il Sufismo.

In fatto di progressi, non vogliamo parlare delle visioni e delle altre esperienze soprannaturali, ma dell’intensità della devozione. L’intensità della devozione non significa esuberanza emozionale, ma la forza con cui la volontà purificata e le emozioni convergono verso Dio. Siccome l’aspirante fa in ogni momento l’esperienza spontanea di questa convergenza interna, può anche non sentire il bisogno di passare lunghe ore di meditazione.

Il secondo punto e che, mentre l’aspirante progredisce, la sua relazione con Dio passa attraverso cambiamenti importanti. Dapprima, anche dopo il risveglio dell’essere interiore, egli può continuare a sentire chela sua Divinità eletta resta esterna alla sua anima, benché possa sentire la volontà divina come un richiamo verso il centro della sua anima.

Allo stadio seguente, fa l’esperienza della presenza della Divinità nella sua anima come l’Essere Supremo o il Controllore Interno.

Nel terzo stadio, la presenza divina percepita interiormente ed esteriormente, in tutti gli esseri e in tutti i luoghi.

Questi stadi sono descritti in modo diversi nella letteratura devozionale, ma si dice ovunque la stessa cosa: c’è un movimento progressivo verso una unità più forte tra l’anima individuale e l’Essere Supremo.

Il terzo punto è che la natura stessa della devozione cambia per l’aspirante man mano che progredisce.

Per cominciare, la devozione non è che un’emozione, in parte negativa (il desiderio di essere liberato dalla sofferenza), e in parte positiva (il desiderio di un essere sconosciuto), che sia forza di guadagnare la supremazia sulle altre emozioni.

Poi, la devozione diventa la volontà pura centrata su Dio. In questi due stadi la devozione non è che un mezzo, una modificazione della mente, uno sforzo, e benché unti alla devozione inferiore, non è la devozione vera. La vera devozione è un fine a sé, l’esperienza più alta, la realizzazione. L’esperienza di che? Quella della felicità dell’ultima realtà, non la felicità impersonale, ma quella che ha preso la forma della divinità Suprema. E’ la più alta forma di vera devozione.

In altri termini, la “forma inferiore di devozione” è l’amore dell’uomo per Dio, mentre la forma superiore di devozione è l’amore di Dio per l’uomo.

Come l’amore non è diverso da colui che ama, la devozione superiore non è differente da Dio: è l’abbandono a Dio, è la condivisione della sua propria felicità con l’anima umana. E’ il latte dell’Amore divino che nutre tutti gli esseri, e si manifesta in amore umano.

Nella spiritualità cristiana, molti grandi santi e mistici hanno praticato una via unica di contemplazione chiamata “via negativa” o apofatismo. E’ fondata su due dottrine. Per l’una, la conoscenza umana avviene quando la luce di Dio, passando per l’intelletto, illumina le immagini mentali, le parole, le idee, chiamate collettivamente “phatasmata”. Se queste phatasmata sono soppresse, è possibile vedere la Luce Divina in aiuto delle pure specie intellettuali chiamate “Lumen Sapientiae”. E’ un’esperienza mistica che, tuttavia, non rivela l’essenza di Dio come una realtà, perché egli può essere percepito direttamene solo in paradiso, dopo la morte, da una visione beatifica, Lumen Gloriae.

L’altra dottrina, sostenuta tra altri, da San Giovanni della Croce,  è che la volontà  umana, quando è liberata dalle immagini sensoriali mentali così come dai desideri, può sentire il contatto diretto di Dio come un tocco divino, un abbraccio o una unione. Nella via apofatica dell’aspirante, gli è richiesto di sopprimere non soltanto le immagini mondane e le emozioni, ma anche ogni rappresentazione, immagine o concetti di Dio. Ne risulta che deve passare per quella che si chiama “la notte oscura” o la “nube della conoscenza” prima di ottenete la vera esperienza di Dio.

In termini di pensiero vedantico, l’apofatismo è una prova per applicare il “asamprajnata yoga” lo yoga senza desideri, nella via della devozione, svuotando la mente dalle fluttuazioni del pensiero. Egli cade allora nella corrente di Bhava descritta precedentemente.

La sola differenza è che, nella via della devozione, la mente non è mai lasciata vuota, e la si fa sempre fissare in una bella immagine divina o in un Mantra. Tuttavia, lo scopo ultimo della meditazione è di aiutarci a cercare Dio. Se dimentichiamo questo e ci preoccupiamo solo della tecnica,come le differenti tappe, le parole da dire, le preghiere da fare, le visualizzazioni, il numero di Mantra da recitare e così di seguito, la meditazione degenere gradualmente in un automatismo mentale, una abitudine meccanica, e un nuovo problema si aggiungerà alle centinai che abbiamo già.

Per tutti i cercatori di Dio, la regola d’ora da seguire sempre è questa: non lasciamo scivolare niente tra la nostra anima e Dio.

RKM - Gruppo Vedanta Lila - Traduzione a cura di Franca Mussa

 

 

 

 
Swami Veetamohananda - Meditazione o visualizzazione guidata PDF Stampa E-mail
(Gretz - 26 maggio 1996)

Sedetevi in modo comodo e visualizzate l’immagine della vostra Divinità

-         Con la mano destra toccate le labbra e pensate che tutto ciò che direte sia l’espressione profonda della verità e sia di buon auspicio…

-         Toccate il naso e prendete consapevolezza che l’aria che respirate è piena di energia cosmica…

-         Toccate gli occhi. Pensate che tutto ciò che vedete viene da Dio ed è di buon auspicio…

-         Toccate le orecchie. Sentite che tutto ciò che ascoltate viene da Dio, ed è di buon auspicio…

-         Toccate il cuore. Sentite che è puro, pieno di amore divino, di pace e di felicità. Estendete questo sentimento a tutti gli esseri…

-         Toccate la testa. Sentite che il vostro corpo tutto intero è puro, forte e pieno di energia cosmica…

 

Ora cominciamo degli esercizi di respirazione.

Ogni punto che vedremo durerà il tempo di una respirazione completa, ovvero di una inspirazione, una pausa con riduzione del respiro e una espirazione. Respirate secondo il vostro ritmo personale.

 

- Lasciate che le idee che vi dico, accompagnino il vostro respiro, vi penetrino, si depositano in voi e ne escano. Lasciate che le idee che vi dico si materializzano in immagini e in sensazioni all’interno di voi stessi.

- Inspirate lentamente e profondamente. Ritenete il respiro e permettete alle mie parole di manifestarsi naturalmente in voi. ..

- Espirate dolcemente tutto ciò che è indesiderabile in voi….

- Immaginate che voi inspirate la pura Energia Cosmica…. Ella si espande in ogni particella del vostro corpo…. Voi siete pura energia, espirate ogni debolezza….

- Inspirate la Bellezza Cosmica…. Sentite che si espande in tutto il vostro essere…. Voi siete la pura bellezza divina. Espirate tutto ciò che in voi non è Bellezza…..

- Inspirate la Purezza. Sentite il vostro intero essere splendere Purezza. Espirate tutto ciò che in voi è impuro…. Inspirate il puro Amore divino… Sentite che voi siete sommersi da questo amore…. Espirate tutti i sentimenti negativi come odio, gelosia, invidia presenti in voi e in tutti gli esseri…

- Inspirate la Conoscenza e l’intelligenza divina… sentite il vostro corpo, la vostra mente inondati da questa conoscenza e da questa intelligenza… Espirate l’ignoranza e l’ostinazione…

- Inspirate il coraggio e la forza… lasciateli manifestare in voi, espiate ogni paura…

- Intensificate questi pensieri. Accentuate la loro luminosità. Lasciate che tutte queste qualità scorrano in voi finché si riempia l’universo intero…

Rilassatevi.

 

Pronunciate la seguente preghiera: “Che tutti gli esseri in ogni luogo e in tutte le sfere siano felici e in pace. Che possano essere benedetti. Che regni la pace e l’armonia. Che la pace sia in tutti gli elementi, in tutte le piante e tutte le erbe, in ogni creatura animata da Dio”

- Con il cuore pieno di questi sentimenti, ripetete il nome di Dio per qualche minuto.

 

Ora visualizzate intensamente la rappresentazione della vostra divinità scelta….

- Sentite che è più di una immagine. Che è piena di Coscienza viva, di Energia divina, di bellezza, di purezza, di amore e di conoscenza….

- Sentite che irradia l’amore divino verso di voi. Voi la contemplate e tutto il vostro essere è irradiato della luce del puro amore di Dio. Egli fa la delizia del vostro essere. Egli è il vostro beneamato. E voi l’invitate a sedersi nel loto del vostro cuore: “Vieni, Signore, vieni mio beneamato, siediti nel cuore del mio cuore. Io sono in te come tu sei in me. Noi non ci separeremo mai”.

- Sentite che viene e che si siede nel loto del vostro cuore.

Potete offrirgli tutto ciò che volete, caramelle, una bibita, un cibo speciale, dei frutti. Egli accetta tutto con grazia e piacere.

- Prendete consapevolezza che egli è nel vostro cuore, splendente della sua energia divina che riempie tutto il vostro cuore.

-Voi siete ogni Energia. Egli splende di bellezza e voi diventate bellezza.

- Egli splende di Purezza e voi diventate Purezza.

- Egli splende di conoscenza e d’intelligenza divina e voi lo diventate.

- Egli splende di beatitudine divina e voi siete questa beatitudine.

- Tutto ciò, egli lo fa per amore verso di voi.

- Come i raggi del sole nascente o del sole al tramonto, questa energia, questo amore, questa bellezza, questa beatitudine che riempiono il loto del vostro cuore si espande per riempire l’universo intero.

- Sentite che voi condividete questo amore e questa luce con tutto l’universo.

- Sentite che saranno nel vostro cuore in ogni istante, per tutta la giornata.

Ripetete il nome di Dio

 

RKM - Gruppo Vedanta Lila - Traduzione a cura di Franca Mussa 

 

 
Swami Veetamohananda - La completezza personale secondo la Bhagavad Gita PDF Stampa E-mail
Stiamo indubbiamente vivendo tempi difficili. Ma è proprio per questo motivo che affrontando le difficoltà in modo eroico l’uomo ha sviluppato una forza interiore più grande.

Non dobbiamo indebolirci con il pensiero quando la situazione nel mondo è così complicata. Per vivere in  questa dura epoca, abbiamo bisogno di una forza interiore più solida. In noi sta la sfida di prenderci delle stabili responsabilità e ciò riguarda uomini e donne della nostra era ai quali si richiede di rimanere svegli, impavidi e affrontando la situazione eroicamente. Come?

 

  1.  Dobbiamo raggiungere velocemente la Verità, come ha fatto Yudhishthira

Yudhishthira rappresenta la Verità, gentile, pio e giusto e ha dimostrato che colui che giunge veloce alla Verità diviene indistruttibile

 

  1. Giungere velocemente alla Verità non significa cercare il coraggio fisico.

Colui che  cerca  da solo il coraggio fisico generalmente è smussato, sconsiderato e non può essere stabile. Si ha bisogno di sviluppare fisicamente la forza come Bhima, per tenere i sensi sotto controllo, per avere fede e per sovrastare tutte le tentazioni

 

  1. La rivoluzione è necessaria per vivere.

Essa significa preparazione  come fece Arjuna in modo energico e con destrezza qui e ora  tutto ciò che necessita compiutezza.Rivoluzione significa anche coltivare eroicamente tutte le nostre risorse e le opportunità per raggiungere la meta o l’Illuminazione

 

  1. Una mente che riflette bene impedisce la disintegrazione interiore e senza distrazioni da nulla; come rappresentato dal 4° fratello Nakula

 

  1. La mente che riflette bene dispone di un controllo sul proprio corpo; si diventa totalmente luminosi nella Verità, forti e saggi, come Sahadeva

 

Arjuna rappresenta l’intera umanità. Noi razionalizziamo la nostra debolezza come Arjuna. Proviamo a giustificare la nostra debolezza.

Ma Sri Krishna, la Realtà Suprema, è al di fuori dai concetti ordinari limitati.

L’eterna verità è dimenticata a causa della delusione. Ogni volta che ci identifichiamo  con l’egoismo etc., diveniamo limitati, impermanenti e disarmonici.

Da ciò si scaturisce la confusione, la mancanza di discriminazione tra il reale e l’irreale; tra spirito e materia, tra corpo e anima, tra i dazi religiosi e le inclinazioni personali.

 

Come superare queste limitazioni? Come conoscere il proprio posto nel regime della religione totale? Come conoscere i concetti dell’azione e non azione, la natura della Divinità e la natura dell’anima? Come riconoscere la natura della mente e i metodi di  (yoking it?) con la Realtà?

 

Ci troviamo a lottare nella battaglia della vita in modo giusto e a muoverci verso il compimento del nostro destino, i.e .l’identificazione della nostra anima con lo Spirito Supremo.

 

Il nostro cammino verso l’esistenza cosmica è una battaglia.

Perciò il Signore ci ha mostrato attraverso la Bhagavad Gita il segreto del combattere la battaglia della vita:

 

“Lotta libero dalla febbre mentale.”

 

(Il Signore stesso ci ha insegnato a disegnare tutto ciò che ci viene dato dall’Alto, i.e.)?

Quando viviamo le nostre vite senza nessun riferimento alla Metafisica o Spiritualità, l’Illimitato; l’Uno e Assoluto, diveniamo persone gelide, completamente identificate con la materia.

Qualsiasi scossa dall’esterno può spezzare la nostra rigidità interiore in pezzi.

Pertanto:

 

  1. Bisogna avere una chiara comprensione della nostra vera natura e della nostra relazione con Dio, o della Realtà, e del mondo.

Questo modo di comprendere potrà ispirare i nostri pensieri, emozioni e azioni: tutto ciò si raggiunge con la meditazione

 

  1. Accettare alcune cose inevitabili, la malattia, la sofferenza, la vecchiaia e la separazione come fattori concomitanti con la vita e di avere una conoscenza approfondita del significato del cambiamento

 

  1. Dovremmo provare a rafforzare la nostra fibra di Vita Vera

 

  1. Avere una chiara percezione della relazione causa-effetto che  regola le nostre azioni e fortune

 

  1. Arrendersi alla Volontà di Dio è considerato il metodo migliore

 

Se ricerchiamo o meno Dio,  ognuno di noi cerca sicuramente il proprio benessere. Il vero benessere personale individuale può essere raggiunto solamente con la  costruzione di una forte personalità.

 

Colui che si applica ardentemente su se stesso per sviluppare la propria personalità non crollerà quando tutto intorno a lui andrà a pezzi.

 

Quando tutti quelli che lo circondano digrignano i denti, tirano i capelli e battono sul petto, egli rimarrà tranquillo a guardare questi fenomeni nel mondo con un’inalterata testimonianza.

 

Dal suo cuore e dalla sua anima fluirà una pace e una gioia che salverà dalla sofferenza gli uomini e le donne nel mondo.

 

RKM - Gruppo Vedanta Lila - Traduzione a cura di Tiziana Zago

 

 

 
Swami Veetamohananda - Il coraggio di essere PDF Stampa E-mail
Si racconta che quando San Pietro fuggì dalla città di Roma in fiamme, per sottrarsi alla persecuzione di Nerone, gli apparve il Cristo e gli disse: “Dove vai?”, “Quo Vadis?” Vergognato, l’apostolo fece dietro front e ritornò  a predicare e proseguire il suo lavoro. Egli fu, in seguito, imprigionato da Nerone e morì martire.

Molto spesso, seguiamo la stessa via di Pietro nei nostri rapporti con i problemi della vita. Fuggirli significa fuggire noi stessi, fuggire la tirannia dell’ego, fuggire i fuochi del desiderio e dell’odio che infuria nella cittadella del nostro cuore. Anche tra coloro che sembrano compiere il loro dovere con assiduità o fare il servizio sociale, quanti hanno il coraggio o la comprensione di fare fronte al loro essere intimo?

Vivere secondo il Vedanta aiuta a mettere fine a questa fuga etera e infinita da se stessi. E’ una via che porta direttamente all’anima.

Anche se non vi augurate di seguire la via del Vedanta e se avete un temperamento religioso; è bene che vi domandiate, ogni tanto, “Dove vai?” Perché questa domanda e questa ricerca vi porteranno infine al cuore della coscienza, il punto di incontro tra l’anima individuale e l’Anima Suprema.

Swami Vivekananda ha messo l’accento sulla forza e il coraggio che sgorgano dalla nostra esperienza della Realtà. Le loro  radici affondano nella Realtà. La forza o il coraggio sono generalmente considerate come virtù, cioè come un concetto etico. Ma, per Swami Vivekananda, erano all’origine, un concetto ontologico, egli li considerava un attributo fondamentale della Realtà.

Quando parlava di forza e di coraggio, non era un semplice discorso d’incoraggiamento, egli voleva insegnare un principio metafisico che aveva una applicazione pratica immersa nella vita di tutti i giorni.

Lo Swami ha così stabilito le basi di una filosofia esistenzialista del coraggio. E’ uno dei suoi contributi più duraturi al pensiero moderno. “E la debolezza” dice il Vedanta “la causa di tutti i mali del mondo”. E’ la voce di Vivekananda risponde in eco: “La debolezza è la sola causa della sofferenza. Noi siamo infelici perché siamo deboli. Noi mentiamo, rubiamo, uccidiamo e commettiamo ogni sorta di errori perché siamo deboli.  Noi moriamo perché siamo deboli. Quando nulla ci indebolisce, il dispiacere o la morte non esistono più.”

Egli diceva anche: “Le Upanishad sono una miniera di forza… La forza è virtù, la debolezza è vizio. Se c’è una sola parola che esplode come un colpo di fulmine nel cielo dell’ignoranza, è la parola coraggio. E’ la sola religione che dovrebbe essere insegnata è quella del coraggio”.

Il messaggio centrale della Bhagavad Gita è ugualmente quello della forza. “Non cedere alla vigliaccheria” insegna il Signore ad Arjuna oppresso dalla debolezza.

La forza significa fede in se stessi, e quando è espressa attraverso la fede, diventa coraggio.

Delle forme spettacolari di coraggio sono ostentate al circo dai trapezisti, dai funamboli che vanno in bici sulla corda rigida e dai domatori di leoni e di tigri. Il toreador spagnolo che combatte il toro nella corrida ne è un altro esempio. I furti con scasso, gli atti di terrorismo, ecc. richiedono anch’essi un certo coraggio.

Tuttavia, bisogna piuttosto considerarli come temerarietà in trepidità o disperazione. Così come la disobbedienza ai superiori, l’impertinenza verso il capo, o fare marameo al principale sono piuttosto insolenza che coraggio. Ci sono certamente atti nobili di coraggio. Quelli dei poliziotti che inseguono un pericoloso criminale, quello di una persona che si tuffa nel fiume per salvare qualcuno che sta annegando o che soccorre qualcun che prigioniero in una casa in fiamme.

Sono, tuttavia, risposte specifiche a situazioni eccezionali.

A parte ciò, il coraggio può prendere la forma di una risposta generale a tutte le situazioni, un’attitudine globale verso la vita considerata come un tutto. Una sposa che riesce a condurre la casa nonostante le difficoltà finanziarie, un uomo d’affari che prende dei rischi investendo, un venditore che va qui e là per incontrare i clienti, un pilota che riesce ad atterrare malgrado il cattivo tempo e salva così centinaia di persone, un monaco che conduce una esistenza di sanità e di pace, un handicappato che tenta di non dipendere da nessuno, uno scienziato che conduce una ricerca con applicazione, sono tutte persone coraggiose.

In tutti paesi, ci sono così migliaia di persone la cui vita è un susseguirsi di atti eroici. Il vero coraggio non ha bisogno di fatti straordinari, e ci vuole un coraggio straordinario per fare fronte ai problemi della vita di tutti giorni, per amore e per vivere in armonia con tutti, per mantenere la purezza dell’anima, per praticare una meditazione intensa, per forgiarsi un futuro luminoso a partire dall’oscurità che ci circonda.

Questa specie di coraggio è ciò che si intende per coraggio esistenziale, è il coraggio espresso, nel quotidiano, dell’essere umano, nel scomodo di vivere, nella sua esistenza reale. E’ il carattere dell’anima.

 

Per l’uomo veramente coraggioso, le esperienze della vita, le sofferenze e i sacrifici, i fallimenti, e le frustrazioni, sono dei modi di rinforzare l’anima.

 

Da dove viene questo coraggio esistenziale? Come sviluppano le persone questa sorte di coraggio interiore?

Ci sono tre sorgenti principali. Esse sono:

-         La fede nel potere della virtù

-         La dipendenza da un Dio personale

-         La conoscenza della vera natura della propria anima.

Di conseguenza, il coraggio esistenziale può essere diviso in tre tipi:

-         a) il coraggio morale

-         b) il coraggio religioso

-         c) il coraggio d’essere.

 

a)      Il coraggio morale: siccome la maggior parte delle persone proclamano di essere virtuose, ci si potrebbe aspettare che il coraggio morale sia piuttosto comune. In realtà, ne siamo lontani. “La maggioranza vive nella menzogna piuttosto che seguire le leggi della vita” dice un pensatore. Quante persone credono veramente che possono affrontare il male o anche cambiare le menti dei deboli unicamente con il potere della virtù? Molti sembrano credere che non saranno capaci di guadagnare il massimo del denaro o di riuscire nella vita se sono “troppo buoni”. Benché un gran numero di essi parlino di rettitudine e di karma, essi on esitano, molto spesso a mentire, a tradire il loro amici o a essere disonesti. Ci sono virtuosi che vogliono combattere il male nella società, tuttavia, lo fanno spesso, on per far crescere la loro virtù, ma con l’idea di “do ut des” o ancora per giocare un cattivo tiro. In altre parole, ciò che incontriamo più spesso, on è il coraggio morale, è la codardia morale. E’ difficile capire che esiste una specie di bellezza molto diversa dalla bellezza fisica. Questa bellezza non è toccata dalla vecchiaia o dalla cattiva salute. E’ la bellezza morale. Una persona che conduce una vita perfettamente pura e virtuosa irradia una bellezza rara che ispira l’amore e l’ammirazione degli altri. Questa bellezza aumenta la forza interiore e l’intelletto. Instaura la pace tra le persone. E’ la bellezza morale che è alla base d ogni civiltà.

 

b)      Diverso dal coraggio morale, benché coesista generalmente con questo, è il coraggio religioso.

E’ il risultato di una totale dipendenza verso Dio considerato come una persona. Proprio come il coraggio morale, il coraggio religioso vero si incontra raramente. Milioni di persone dicono di credere in Dio, ma la maggior parte di loro pensa di ottenere la loro forza, non da Dio, ma dai loro propri istinti, dai loro desideri, dalle loro fantasie e dalle loro dipendenze verso le altre persone o verso la ricchezza.

Se dipendessero intermente da Dio, non sarebbero egoisti, immorali, gelosi, e litigiosi e non biasimerebbero Dio per tutti i loro mali.

Molto spesso, la credenza in Dio coesiste con la non credenza e molte persone sembrano avere una fede più grande nelle stelle, nei pianeti, nei fantasmi o nel diavolo piuttosto che in Dio stesso. Il vero coraggio religioso non viene da una semplice credenza nell’esistenza di Dio o dalla lettura delle Scritture, viene da un cuore puro, illuminato dalla saggezza di Dio. E’ il risultato della pratica della purezza e di tutte le altre virtù, dell’apertura del cuore alla luce e al potere divini con un’intensa preghiera o un’adorazione incessante. Da quest’apertura, la volontà individuale si unisce alla volontà divina. E questa unione che è descritta come dipendenza totale a Dio.

 

Colui che pratica il vero abbandono di sé acquisisce una formidabile forza interiore. Questa forza lo libera da ogni paura. Egli non agirà senza riflettere, attenderà, pregherà e attenderà fino a che il giusto modo d’agire diventa chiaro per lui.

 

c)      Arriviamo all’ultimo tipo di coraggio, il coraggio d’essere.

La sua sorgente riposa nel cuore della persona, nella sua anima. E’ la capacità dell’anima ad affermarsi, ad affermare, qualunque siano le circostanze, la sua purezza, la sua gioia unità e pace. Perché l’anima deve affermarsi? Come può? Cerchiamo di comprenderlo studiando il problema centrale dell’esistenza umana.

Esistono due processi fondamentali che danno alla vita tutto il suo dinamismo e tutta la sua diversità.

Uno è la lotta per l’esistenza. Ogni essere vivente, dall’ameba all’uomo, lotta costantemente per la propria sopravvivenza in questo mondo. Qual’è la ragione di questa lotta? Questa domanda ci porta alla seconda caratteristica fondamentale della via: l’impermanenza. Tutto nel mondo è impermanente e nulla è più impermanente della vita. Nel linguaggio filosofico, l’impermanenza è chiamata il “non – essere”. Ogni essere vivente è minacciato dalla prospettiva del non- essere. La lotta per l’esistenza, non è una semplice per il cibo dovuta condizioni di vita difficili, come credeva Darwin. Anche quando hanno abbondanza di cibo, tutti gli esseri viventi devono lottare contro i cambiamenti, interni come anche quelli esterni, come possiamo osservare ai giorni nostri. La lotta per l’esistenza significa infatti, la lotta per evitare il non-essere affermando l’essere. Ogni essere vivente lotta per affermarsi, per affermare la propria esistenza contro i cambiamenti, l’impermanenza, il non-essere. Presso gli animali e le piante, questo combattimento limitato al livello fisico. Ma anche a questo livello, non è unicamente con il mondo esteriore, lo è anche con il mondo interiore. Devono, per esempio, mantenere l’equilibrio delle attività fisiologiche, conosciuto salto il termine di omeostasi. Quando questa lotta per l’esistenza fallisce, il corpo è invaso da malattie o dalla morte, in altre parole dal non-essere.

Presso gli esseri umani civilizzati, la lotta per l’esistenza si situa principalmente a livello dell’ego. Il nostro mondo moderno, con la sua organizzazione sociale e la tecnologia avanzata ha eliminato, in gran parte, la necessità di lottare per la semplice sopravvivenza fisica. Malgrado ciò, le persone, senza sosta, entrano in competizione, litigano e lottano per l’esistenza del loro ego. Quando una persona non riesce a farsi considerare o anche ad essere celebre, se viene ripresa o se si parla male lei, è sconvolta perché ha l’impressione che l’esistenza del suo ego si minacciata e non perché è la sua esistenza fisica ad esserlo.

 

Quando l’ego è minacciato dal non-essere, tre tipi di reazione si offrono a lui:

a)      egli può affermarsi da se stesso, affermare il proprio essere, è il coraggio di essere;

b)      può cercare rifugio nel Signore. E’ il coraggio religioso che ho già menzionato;

c)      oppure, invece di cercare rifugio nel Signore, l’ego può ripararsi in un gruppo o una società, è la collettivizzazione dell’ego che incontriamo sotto diversi nomi nel nostro mondo d’oggi.

 

L’ego che è incapace di affermarsi o di prendere rifugio in un potere superiore può soccombere al non-essere.

 

Soccombere al non-essere può prendere diverse forme come la depressione, l’alcolismo, le nevrosi di ogni specie, ecc; la forma estrema è il suicidio. Ho utilizzato il termine filosofico di non-essere. Forse è una terminologia difficile da capire. Ma tutti noi possiamo comprendere una reazione dell’ego a non-essere, è quella dell’ansietà. Ho detto che c’erano tre specie di reazioni possibili alla minaccia del non-essere. Ma in generale, prima di seguire  una di queste, l’ego reagisce e la forma più comune di reazione è l’ansia. Se percepiamo, come infatti è il caso della maggior parte dei membri della nostra società moderna, un senso costante di ansietà, dobbiamo sapere che è causa della minaccia del non-essere che sta affrontando il nostro ego.

 

Qui dobbiamo fare una importante distinzione tra l’ansia e la paura.

- La paura è la risposta dell’organismo a una situazione particolare. Ha un oggetto definito. In generale noi siamo coscienti della nostra paura e possiamo prepararci ad affrontarla.

- L’ansietà, al contrario, non ha un oggetto definito, è un senso generale d’insicurezza che sta in noi costantemente. Noi ignoriamo nella maggior parte del tempo quale è la causa e il modo di sfuggirla.

 

Una seconda distinzione può essere fatta tra l’ansia patologica e l’ansia esistenziale.

- L’ansia patologica è una risposta a certi elementi insoliti, come un divorzio, un’azione infamante, etc. E’ una forma di nevrosi che, vi ricordo, è un modo di soccombere al non-essere. Generalmente non è nient’altro che odio o paura repressi.

- L’ansia esistenziale è una esperienza corree nella vita normale. Può essere trattata dall’individuo stesso.

L’uomo moderno si può confrontare con tre specie principali d’ansia esistenziale:

a)      l’ansia del destino e della morte;

b)      l’ansia del vuoto e dell’assenza di significato dell’ esistenza;

c)      l’ansia della colpa e della condanna.

 

Benché questi tre tipi di ansia possano manifestarsi insieme, spesso, ognuno di essi domina in una  epoca particolare della vita di un individuo. Così l’ansia di colpevolezza è la negazione della purezza che è l’essenza dell’anima. L’assenza di significato data alla vita è la negazione della perfezione inerente all’anima.  Così, la colpevolezza, l’assenza di significato della vita e la morte sono tutte forme di non–esistenza (Asat).

 

La capacità dell’anima ad affermare il suo essere di fronte a queste forma di non-essere è ciò che si chiama il coraggio di essere.

 

Secondo un punto di vista filosofico, i termini anima e coscienza non sono nient’altro che la mente. Siccome la mente può essere influenzata dalle esperienze dei sensi e si modifica costantemente, non può fornire una base stabile al coraggio di essere. Inoltre, la concezione dualistica dell’anima crea un abisso insormontabile tra l’anima e Dio.

Dio è il creatore, l’anima una creatura. Uno è il soggetto, l’altro l’oggetto. Non possono mai essere uno. L’anima è l’essere individuale e Dio è l’Essere Supremo e tra di loro si trova un abisso di vacuità che è il non-essere.

Così, il non–essere è permanente e reale quanto l’essere. Ecco perché non è mai possibile trionfare su di esso o distruggerlo. L’uomo può esercitare il coraggio di essere, ma non può scartare il non-essere, senso di colpa, non –senso della vita o morte, che in modo provvisorio. Come ha detto Sartre, è una situazione “senza uscita”.

 

Secondo il Vedanta, l’Anima Universale, l’Atman, è luminoso in se stessa, eternamente pura e piena di beatitudine.  E’ totalmente diversa dalla mente e la trascende. Non può essere toccata dall’impurità. L’impurità non può che toccare la mente.

Tutto ciò che è stato creato deve avere un fine. L’Anima Universale non è un’entità creata. Esiste da se stessa ed è una con Dio, dunque immortale.

 

Una tale concezione dell’anima rende il coraggio di essere più facile.

Quando ci si confronta con il senso di colpa, l’anima può dirsi: “Io sono immortale e la morte non è che un evento della continuità della mia esistenza”.

 

Così, il concetto vedantico dell’Atman permette all’anima individuale di superare tutte le forme di non-essere, affermando semplicemente la sua vera natura. Non ha bisogno di un salvatore per salvarla da non-essere, semplicemente di una guida che possa insegnarle come fare di fronte al non-essere/senso vissuto come: senso di colpa, assenza di senso della esistenza, o morte. Tutto il potere di cui l’anima ha di bisogno nascosto in lei, ciò che le serve, è qualcuno che possa svegliare questo potere.

Ecco perché Swami Vivekananda ha detto “Il mio ideale può riassumersi in poche parole, ed è questo: predicare all’umanità la sua divinità, e insegnarla come manifestarla in ogni istante della sua vita”.

Così ogni anima possiede in se stessa il potere di esercitare il coraggio d’essere e di affrontare le minacce del non-essere. Gli esercizi che pratichiamo nel corso delle nostre meditazioni guidate vanno anche in questo senso.

 

Il Vedanta, tuttavia fa un passo in più e nega il non-essere.

E’ in questa stessa negazione che è radicalmente differente dagli altri sistemi di pensiero.

 

Secondo il Vedanta, nessun abisso separa l’anima da Dio. La relazione con Dio non è del tipo “io-tu”, Dio non é un oggetto totalmente altro. L’anima e Dio appartengono entrambi alla stessa categoria: l’Anima Universale.

La prima è l’anima individuale (jivatman) mentre il secondo  è l’Anima Suprema (Paramatman). La relazione tra essi può essere descritta come il “noi” trascendente. Dal momento che Dio è l’Anima di tutte le anime e che l’Essere divino riempie tutto nell’universo, dove il non-essere potrebbe esistere? Sicuramente, il Vedanta ammette l’esistenza del non –essere sotto la forma di Maya, che separa l’anima da Dio e dall’universo. Ma, Maya stessa è irreale, e dunque, il non-essere è ugualmente irreale.

Nel Vedanta, le tre ansie esistenziali: colpa, assenza di significato e morte, sono considerate, non come forme di non essere, ma come prodotti dell’ignoranza. La paura nasce unicamente se c’è un oggetto che può spaventare.

Come dichiarano le Upanishad: “La dualità è l’unica causa della paura (Br.Up. 1-4-2).

Qui dualità significa una separazione soggetto-oggetto.

Ma l’Essere divino, come soggetto eterno, riempie tutto lo spazio e non ne lascia per altri oggetti. Se ne può concludere che la paura e l’ansietà che percepiamo non sono reali, ma causate dall’ignoranza.

Se si considera questo punto di vista, la lotta principale della vita dovrebbe essere di eliminare l’ignoranza dalla vera natura dell’Anima Universale; è necessario combattere il non-essere in questo modo. E’ ciò che le quattro “grandi frasi”, le Mahavakyas implicano:

-         Io sono Brahman (Aham Brahman);

-          questo Atman è Brahman (soham Brahman);

-          Brahman è coscienza (Prajnanam Brahman);

-          Tu sei Quello (Tat tvam asi).

Queste quattro affermazioni  hanno lo scopo di eliminare  la nozione erronea del non–essere come spazio che separa l’anima d Dio. Quando questa nozione sparirà, l’ansia e al paura, che sono suoi prodotti, cesseranno di spaventarci. Non c’è nessun bisogno di lottare contro il senso di colpa, il non senso e il destino per tutta la vita. E’ possibile liberarsene completamente realizzando la propria vera natura che è l’Anima Universale luminosa.

Un’anima liberata è raggiante è la nostra più grande ricchezza e la più grande forza. Piuttosto cercare di realizzare questa luce interiore sacra, perché corriamo dietro le cose esteriori?

Perché fuggiamo lontano dalla nostra anima? Gli oggetti materiali non potranno mai risolvere i nostri problemi esistenziali; poche persone sono disinteressate e degne di fiducia.

Persino le guide spirituali dal cuore puro non possono aiutarci aldilà di un certo limite.

Ci sono delle situazioni in cui ci ritroviamo soli e impotenti. Ma, ovunque e sempre, anche quando non c‘è che oscurità attorno a noi l’Anima Universale luminosa brilla nel nostro cuore. Riempie il nostro vuoto con la sua pace e il suo potere.

Aggrapparsi sempre a questa luce interiore è l’atto più coraggioso della terra.

E’ ciò che significa realmente il coraggio d’essere.

Non avete bisogno di cambiare ciò che fate, ma semplicemente imparare a portare  a tutto ciò che fate nella vita, l’energia potente del vostro Essere superiore. Che voi siate cassiere in una banca, padrone di casa, capo servizio, studente, operatore ecologico, professore, venditore, giurista, o qualsiasi cosa, sta a voi darvi, darvi al vostro Essere Superiore.

RKM - Gruppo Vedanta Lila -  Traduzione a cura di Prof.ssa Franca Mussa

 

 

 
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