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Swami Vidyatmananda - La purezza del cuore |
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Lunedì 26 Maggio 2008 17:48 |
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Comincerò con una bella citazione del Mundaka Upanishad: E'conosciuto da chi ha il cuore puro. Il Sè divino esiste nell'uomo, all'interno del loto del cuore, ed è il Maestro della sua vita e del suo cuore. Il saggio, il santo, l'immortale lo conoscono quando la loro mente è illuminata dal potere della meditazione. Il nodo nel cuore, che rappresenta l'ignoranza, viene, allora, sciolto; ogni dubbio, dissolto, e tutti gli effetti negativi delle azioni, distrutte, quando Colui che è, alla volta, personale ed impersonale viene realizzato. Brahman dimora nel loto risplendente del cuore, che è senza passione ed indivisibile. E' puro, ed è la luce delle luci. E' Lui che i conoscitori del Sè divino raggiungono. Il sole non lo illumina, e nè la luna, le stelle, il lampo; e neppure, in verità, i fuochi accesi sulla terra. E' la sola luce che dà luce a tutti. Quando Essa risplende, ogni cosa risplende. Mundaka Upanishad Circa venticinque anni fa, ho fatto un viaggio ad Hollywood per visitare la Società vedantica della California del Sud, che avevo lasciato qualche anno prima, per venire a Gretz. Allora, non sapevo che sarebbe stata l'ultima volta che avrei visto il mio Guru, Swami Prabhavananda. Sono andato specificatamente al nostro convento di Santa Barbara, dove lo Swami avrebbe tenuto la sua conferenza della domenica, nel nostro magnifico tempio. A quell'epoca, lo Swami aveva ottant'anni. Sarebbe morto due anni dopo. Quale differenza con il capo, il vigoroso conferenziere che noi avevamo conosciuto. Quel giorno - eravamo nel 1973 - egli appariva esile e fragile, ed era obbligato a sedersi in una poltrona per fare la sua conferenza, invece che starsene in piedi, com'era sua abitudine. Tuttavia, il suo potere abituale era sempre presente; quando parlava di Dio, Swami Prabhavananda era assolutamente convincente. Ho preso degli appunti, durante la sua conferenza, e molto di quello che oggi vi dirò si basa sulle parole che egli ha detto quella domenica, a Santa Barbara. Oggi pomeriggio, quando certi concetti saranno affermati con molta autorità, si tratterà delle dichiarazione del mio guru, e non delle mie. "Sii calmo e sappi che io sono Dio." - recita il II° versetto del Salmo 46. Si trovano dei passaggi analoghi negli Aforismi Yoga di Patanjali. Uno di essi afferma: " Quando il mentale è controllato in modo perfetto - lo yoga essendo il gestore delle onde del pensiero - allora l'uomo dimora nella sua vera natura." Lo yoga è il gestore delle onde del pensiero. Ogni onda che nasce nella mente è un'onda della mente; tutti i pensieri scaturiscono da essa. E, quando li si riesce a controllare, cosa accade? Il cuore si apre e l'uomo si stabilisce nella sua vera natura. E qual'è questa vera natura? Leggiamo nelle Upanishad:" Come dei compagni inseparabili, il sè individuale ed il Sè universale - due uccelli dal piumaggio dorato - stanno posati sui rami di uno stesso albero. Il primo assapora i frutti dolci ed amari dell'albero; l'altro, non ne gusta nessuno ed osserva - calmo - la scena, immerso nella propria felicità. Il sè individuale, ingannato dall'ignoranza della sua identità con il Sè divino, smarrito a causa del suo ego, soffre e si lamenta. Ma, non appena realizza che il Sè universale è il suo vero Io, e ne coglie la gioia, non si lamenta più. Quando il Saggio vede il Signore, l'Essere Supremo, allora, trascendendo il bene ed il male, libero da ogni impurità, si unisce a Lui. Di conseguenza, è solo l'ombra di un ego che entra in gioco. Letteralmente, la parola yoga significa unione. E' il riconoscere la propria natura. Swami Vivekananda ha definito la religione come lo sviluppo del principio divino, già presente nell'uomo. Questa divinità è già in ognuno di noi. Cos'è la religione? E' l'espandersi di tale divinità. Ma, perchè lo si deve fare? Perchè essa rimane nascosta, a causa dell'ignoranza. All'inizio, l'ego e l'individualità vengono creati dall'ignoranza. Considerate un pò quanto segue; ognuno di noi pensa:" Sono un individuo separato da tutti gli altri." Esaminate, a questo punto, la natura di tale codesta nostra individualità. Essa è, forse, il nostro corpo? Il nostro corpo cambia. E' il nostro carattere? Il nostro carattere deve cambiare. E' la nostra mente? Tutto ciò che esaminiamo muta costantemente, come la corrente di un fiume. Ma, affermano i santi, esiste una realtà che non muta, in ognuno di noi, ed è il vero Sè, che non è separato dagli altri. Ponendosi da questo punto di vista, Swami Vivekananda dice:" Durante l'intera vostra vita non vedete altro che Brahman." Se vi osservo, mentre state qui, e se posseggo la vera visione, non vedrò che il solo Brahman, che si esprime ovunque." Swami Brahmananda disse un giorno ad un discepolo:" Quando mi trovo in questo stato, vedo Dio sotto tante maschere: la maschera di un santo, quella di un uomo sensuale, di un ladro; ciò che vedo è lo stesso Dio, ovunque." E, poi, aggiunse:" Come posso, allora, riuscire ad insegnare? Come posso insegnare a Dio? A questo punto, scendo da un simile stato di coscienza, e mantengo una traccia di ego, che mi permetta di osservare i vostri errori, correggervi ed istruirvi." Così, ogni grande Incarnazione divina deve conservare un pò di ego. Ma, come osserva Ramakrishna, qual'è mai la natura di questo ego? Essa è come una spada che abbia toccato la pietra filosofale. Si è trasformata in oro, e non è capace di fare più alcun male. Come ho già indicato, se intendete analizzare il sè individuale vi renderete conto che esso non possiede una sua esistenza propria; non è altro che un'ombra. Per dare un esempio, Sri Ramakrishna impiega la seguente illustrazione : la cipolla. L'ego è come la cipolla. Voi cercate di scoprirne la sostanza interna, e togliete uno strato dopo l'altro; togliete tutto, fino a che non resta nulla... solo il cattivo odore! Ciononostante, noi ci aggrappiamo tenacemente a questa individualità:" Oh, come farò ad abbandonare la mia individualità?". Leggiamo nel Vangelo, secondo S. Giovanni:" La luce splende nelle tenebre, e queste non l'hanno percepita." La luce splende in ognuno di noi; eppure, a causa del buio che l'avviluppa, non la notiamo. Nella Gita, impariamo che l'Atman è la luce. La luce è sepolta dalle tenebre. Le tenebre sono l'illusione. Ed ecco, perchè noi sogniamo. Vedete, quando voi giungerete alla sorgente di tutte le religioni non troverete alcuna differenza tra di esse. Per quale ragione? Per il fatto che noi siamo ingannati. Perchè, come dicono le Upanishad, mentre il Sè se ne sta lì, i sensi continuano a volgersi verso l'esterno. Secondo le Scritture, l'uomo cerca all'esterno, e non vede ciò che, invece, è dentro di lui. E' raro che colui il quale - bramando l'immortalità - chiude gli occhi, scorga il Sè, nel suo interno. In verità, noi cerchiamo Dio in ogni nostra attività. Cerchiamo Dio ovunque e sempre, ma non lo scopriamo. Ci illudiamo che attraverso i sensi otterremo una gioia, che sarà quella di Dio. Di conseguenza, per uscirne, adoperiamo la porta dei sensi; ma, la motivazione resta dietro, e noi non la vediamo: cerchiamo Dio. Solo coloro che possiedono la discriminazione scoprono che quella non è la via. Ed ecco che, allora, si volgono all'interno. Voi trovate citato, in una preghiera al Signore Gesù, nostro Padre: " Non farci cadere in tentazione". Qual'è il vero significato di questa frase? La creazione! Come disse Ramakrishna, noi cerchiamo la gioia nella creazione; ma, dove sta, invece, colui che vuole conoscerne il Creatore? Sri Ramakrishna cita un passaggio dell'Adyatma Ramayana, dove Rama chiede a Narada cosa mai stia cercando, e quali desideri abbia. E costui risponde:"Rama, voglio solo non sperdermi sotto il fascino di maya". Amen! Ebbene, qual'è, dunque, il cammino? Come raggiungere la purezza del cuore? Tre cose sono importanti: una nascita umana - che tutti possediamo - ed anche il desiderio di venire liberati. Noi dobbiamo sentire di essere prigionieri e, di conseguenza, desiderare la libertà; o, in altre parole, desiderare la Verità. Cos'è la Realtà, questa Realtà che non muta? Ecco, tale desiderio dobbiamo possederlo. Ed allora, se abbiamo questo desiderio, questo ardore, la terza cosa importante è di associarsi con una grande anima; avere la compagnia di un santo - uomo, oppure donna; la grazia di un santo. Swamiji diceva che rari sono gli individui che, senza l'aiuto di un guru, possono trovare Dio. Il migliore metodo, il più facile, è di prendere rifugio ai piedi di un Guru. Cosa è un guru? Rappresenta una persona che vi ispira, e nella cui vita vedete ctutto iò che vi attira; un'incarnazione vivente delle qualità che voi cercate. Forse, egli non propone mai alcun insegnamento, non fa nessun sermone; ma, voi ne osservate la vita e qualcosa in voi risponde, nasce, ingrandisce, e, allora, andate da lui e vi donate a lui, chiedendogli di prendervi sotto la sua protezione. Noi abbiamo molti di questi guru nella vita, e li meritiamo. Durante l'adolescenza, questa attitudine è chiamata il "culto dell'eroe". Indichiamo codeste persone ispiratrici con il termine di upa-gurus. E' grazie alla loro conoscenza che troviamo la verità; malgrado questa possa non essere, forse, la verità finale. Sono delle guide sulla via che conduce al maestro spirituale che abbiamo scelto, e che vediamo come il rappresentante fisico del grande guru: Dio. Vi racconto una storia che ne fornisce un esempio. Zenkai, il figlio di un samurai, si era recato a Edo, e, lì, divenne l'impiegato di un alto funzionario. Si innamorò della moglie del funzionario e venne scoperto. Per difendersi, uccise il marito. Quindi, fuggì con la donna. Nel tempo, i due divennero dei ladri. Ma, la donna era talmente cupida che Zenkai ne fu accorato. Finalmente, la lasciò e se ne andò lontano, nella provincia di Bunzen, dove divenne un mendicante errante. Per redimere il suo passato, Zenkai decise di compiere qualche buona azione nella sua vita. Venuto a sapere che una strada pericolosa - che si inerpicava lungo una costa dirupata - era stata causa della morte e del danno di molte persone, decise di scavare un tunnel, che avrebbe attraversato la montagna. Dopo aver mendicato durante il giorno, Zenkai si metteva a lavorare di notte, per costruire il tunne. Dopo trent'anni, questo era lungo mille metri, alto sei e largo dieci. Due anni prima che l'opera fosse terminata, il figlio del funzionario che Zenkai aveva assassinato - un uomo abile nel maneggiare la sciabola - scoprì Zenkai e venne ad ucciderlo, per vendicarsi. " Vi darei volentieri la mia vita" - gli disse Zenkai - " Solo, lasciatemi finire il lavoro. Il giorno stesso che ciò avverrà, potrete uccidermi." Di conseguenza, il figlio attese quel giorno. Passarono molti mesi e Zenkai continuava a scavare. Il figlio, che si stancava a non far nulla, cominciò ad aiutarlo. Dopo averlo fatto per più di un anno, egli prese ad ammirare la forte volontà ed il carattere di Zenkai. Il tunnel, infine, fu finito e la gente potè traversare la montagna in tutta sicurezza. "Ora, tagliate pure la mia testa" - disse Zenkai - " Il mio lavoro è compiuto". "Come potrei tagliare la testa al mio maestro?" - esclamò il giovane, con le lagrime agli occhi. Ebbene - lo sapete - i libri non possono darvi la religione. Swami Prabhavananda racconta questo:" Una volta, quando studiavo i testi sacri con un discepolo di Sri Ramakrishna, Swami Turiyananda, gli chiesi:"Shankara cita tale scrittura, e tal'altra, e quella ancora, per provare la sua verità. Supponete, ora, che io non creda a nessuna delle vostre scritture, cosa succederebbe, in quel caso?" Swami Turiyananda rispose che non sarebbe stato così importante. Come era audace! Tutto ciò, non è importante. Non è necessario avere fede in nessuna scrittura, ma abbiatela nel vostro Guru. Seguitelo, sperimentatelo. Fate voi stessi la prova, altrimenti non è religione vera. Dovete calarvi nell'esperienza. Se andate a trovare un fisico e gli dite:" Non credo alla vostra fisica." - cosa mai pensate che vi risponderebbe? "Venite, venite nel mio laboratorio e vi dimostrerò la verità di quel che dico. Ma, nel nostro caso, si tratta sicuramente, dell'esperienza interiore; la mente rappresenta il laboratorio. Deve regnare - e, tale, è la natura della via - una purezza perfetta nel cuore, prima che Dio possa mormorare in essa le Sue parole; prima che la Luce di Dio possa risplendere nell'anima e trasformarla in Dio. Maestro Eckhart affermò, in un'altra epoca:" Le persone ordinarie pensano che il Signore sia là, in alto, nel cielo; ma, coloro che conoscono la verità sanno che Egli è qui, perchè Dio ed io siamo uno". Altri mistici cristiani hanno detto la stessa cosa. E, durante la nostra epoca, Sri Ramakrishna fu un esempio vivente di qualcuno che ha realizzato questa verità, nel corso della sua stessa vita. Non soltanto la sperimentò, ma - in più - con un semplice tocco, poteva trasmetterla agli altri. Ho avuto - racconta Swami Prabhavananda - la fortuna, la benedizione di conoscere la maggioranza dei suoi discepoli. E, sedendomi ai piedi del mio Maestro, egli mi faceva sentire che si poteva vedere Dio altrettanto facilmente che un frutto nella cavità della mano. "Voi lo possedete" - ecco, cosa ci faceva realizzare. Nell'insegnamento di Gesù, noi troviamo:" Conoscete la Verità, e la Verità vi renderà liberi." Egli dice anche:" Siate perfetti com'è perfetto il vostro Padre, che sta nei cieli." Sri Ramakrishna paragonava sovente il cuore dell'uomo ad un tempio di Dio. Quando il cuore dell'uomo diviene puro, il Signore viene, e prende posto sull'altare che, là, abbiamo eretto. Un giovane uomo, soprannominato Podo, abitava in un villaggio, in cui esisteva un tempio tutto in rovina. L'immagine sacra di Dio, che, in passato, vi si adorava, era sparita. Uccelli e pipistrelli ne avevano preso il posto. Un giorno, al crepuscolo, i paesani restarono sorpresi nell'ascoltare i suoni di una campana, del gong e delle conchiglie bivalve espandersi dal tempio deserto. Arrivarono in folla, pensando che un adoratore di Dio avesse posto una santa immagine sull'altare, e che praticasse la cerimonia dell'atrica, con l'acqua consacrata, le luci, la frutta, i fiori, ecc.. Si raggrupparono tutti davanti al tempio, con le mani giunte, ascoltando i sacri suoni. Ma, uno tra di loro, più curioso degli altri, si azzardò a gettare un'occhiata all'interno del tempio. Quale non fu la sua sorpresa nel vedere Podo che percuoteva le campane e soffiava nelle conchiglie. Il tempio era sporco come prima, e nessuna immagine sacra decorava l'altare. L'uomo, allora, gridò:" Oh, Podo, non c'è nessuna immagine di Dio nel tuo tempio, e non ti sei nemmeno preso la pena di purificarlo; i pipistrelli vi dimorano, notte e giorno; a cosa serve, allora, fare tanto rumore, soffiando nella conchiglia?" Di conseguenza, se volete ospitare nel vostro cuore la sacra immagine di Dio - cioè, se volete "realizzare" Dio - perchè mai accontentarsi di soffiare invano in una conchiglia? Innanzitutto, purificate il vostro cuore. Quando lo spirito è purificato, lo stesso Signore viene e ne fa il suo trono. Non si può collocare un'immagine di Dio in un posto poco pulito. Ramakrishna non ha mai detto che voi dobbiate recarvi in un particolar luogo per raggiungere la perfezione. No; essa risiede, qui, ora. Ma, cosa sia, in effetti, questa perfezione nessuno può dirlo. Non potete riuscire a rappresentarvela, nè a descriverla. Sapete, certi discepoli di Sri Ramkrisha gli chiesero di descriverla, e lui disse: "Molto bene, ci proverò." Ma, non appena tentava di farlo, entrava in quel samadhi silenzioso, ove le parole cessano. "Cos'è il samadhi?" - domandò il mio Maestro al suo, e questi rispose:"Se ne possono conoscere solo gli effetti. Noi riusciamo a conoscere l'albero dai suoi frutti". Io ascoltai, per la prima volta, dalle sue labbra, queste parole dell'Upanishad:" Il nodo del cuore ignorante viene tranciato netto; ogni dubbio cessa di esistere, tutti gli effetti delle buone e cattive azioni si estinguono". Ecco, i risultati. Troviamo, anche, nelle Upanishad:" Coloro che conoscono Brahman affermano che vi sono due tipi di sapienza: la superiore e l'inferiore. Quest'ultima deriva dalle Scritture. Quanto voi leggete nelle scritture rappresenta la conoscenza inferiore, non quella superiore; e, così, è per i riti, la fonetica, la grammatica, l'etimologia, ecc.." Vedete, voi potete citare le Scritture; ciò, non farà alcuna differenza". Shankara ha detto:" L'erudizione, una buona dizione, delle parole scelte e l'abilità nell'esporre le Scritture, tutto questo offre solo del piacere agli eruditi, ma non dona la perfezione!". Tali parole si trovano all'interno di un testo che cantiamo, qui, a volte. Swami Vivekananda diceva, con molta audacia:" La verità non si trova in nessuna religione. La si deve rintracciare nell'uomo medesimo: il miracolo di ogni miracolo". E' scritto, anche:" La conoscenza superiore è quella attraverso la quale si perviene alla realtà, che non muta; che rivela al saggio quanto trascende i sensi, ed è senza causa, indefinibile, onnipenetrante, più sottile del più sottile, e più grande del più grande." Se ne può parlare solo in termini negativi: neti, neti, neti: Brahman. Ebbene, come già ho sottolineato, Patanjali ha insegnato:" Quando le onde del pensiero possono essere calmate, possono venire controllate, è allora che la nostra vera natura si rivela." Esistono tre diverse nature della mente. Voi lo sapete bene: non tutte le menti sono capaci di ospitare questo desiderio. Per esempio: esiste colui che è pazzo, o dissipato; la sua corta mente salta, come una scimmia. Swamiji indica l'immagine, non solo di una scimmia ordinaria; ma, ubriaca e che, inoltre, è stata punta da una vespa e, quindi, corre come una folle. Lo abbiamo incontrato questo tipo! E ce n'è, ancora, un altro: quello che, a volte, riesce a concentrarsi e, a volte, è agitato. Tutti noi abbiamo incontrato anche quest'ultimo. Egli ha delle possibilità. Ne esistono altri, che sono pigri, amorfi: è una situazione molto difficile. Viene loro chiesto di divenire rajasici, attivi. Vi sono anche coloro capaci di concentrare il loro spirito. Sapete, è un fatto molto interessante. Un giorno, un laureato domandò a Mahapurush Maharaj (Swami Shivananda), uno dei discepoli di Ramakrishna:" E' possibile?". E lui rispose:" Sì, utilizzate il tempo, la concentrazione, l'attenzione che voi date ai vostri studi, per imparare e per laurearvi, e diviene una cosa molto facile." Così, il metodo consiste nell'apprendere, come ci insegna il Guru; nell' imparare a concentrare la nostra mente e nello sforzarsi a praticare. Non importa quale sia l'ideale scelto su cui ci concentriamo. Che esso sia pure quello che ci attrae. Non esistono problemi. Ma, naturalmente, dobbiamo essere coscienti di concentrarci su Dio. Tale coscienza, dobbiamo possederla. Una volta, Swami Turiyananda, un discepolo di Ramakrishna, ci disse che se ci si concentrava su di un Avatar, come Cristo, Krishna, o Ramakrishna, allora non v'era bisogno di sapere che fosse Dio, o altro. Concentriamo il nostro mentale. Ma, Ramakrishna aggiunse che si può anche realizzare Dio, concentrandoci su un altro soggetto. Per esempio, un giorno una vedova venne a visitare Sri Ramakrishna e gli disse:" Ogni volta che cerco di concentrarmi, mi viene in mente mio nipote." Sri Ramakrishna le rispose:" Molto bene; immaginate, allora, che vostro nipote sia Dio. Ma, non ve lo dimenticate. Considerate sempre che sia Dio." Ecco, ora, la storia di un maestro e del suo discepolo. "Il discepolo disse:" Non posso concentrarmi." -"Cosa accade?" -" Penso sempre al mio bufalo". Gli fu risposto:" Andate nella vostra stanza e concentratevi sul vostro bufalo". Dopo qualche tempo, il guru andò a bussare alla porta e chiese al discepolo di uscire; cosa che quest'ultimo fece:" No, no, no.. Non avete ancora finito. Concentratevi sul bufalo." E il guru tornò una seconda volta bussare. Il discepolo disse:" Ma, come posso uscire? Ho queste due grandi corna...". Il maestro, allora, esclamò:" Molto bene, ora siete riuscito". Dobbiamo osservare certe regole per poterci concentrare con un cuore puro. Se permettiamo che la nostra vita si dissipi, attraverso la porta dei sensi, sarà difficile farlo. Quindi, una delle regole consiste nel non ferire nessuno. Vedete, dovete dire la verità; ma, non dite una verità sgradevole; non ferite nessuno. Il mio guru sorrideva, dicendo:" Sicuro, un maestro può... non vi ferisce, esattamente, poichè non esiste malizia nel suo cuore. Può urtare la vostra sensibilità, per potervi correggere. Io, mi ricordo che, quando il mio Maestro mi rimproverara con veemenza, provavo una certa soddisfazione interiore. Mi ama, o non si prenderebbe la pena di rimproverarmi." "Vedete - diceva Swami Prabhavananda - non è facile vivere con un santo. Ve ne posso parlare in tutta cognizione di causa, perchè egli vi custodisce in un <chi vive> continuo. Non permetterà che voi diveniate pigro, oppure <pieno di conforti>. Non vi lascerà in equilibrio: un momento calmo, e, l'istante successivo, attivo. Si tratta di una buona cosa per voi, durante i primi anni del vostro sadhana, perchè ciò permette che i sedimenti si agitino nel vostro subconscio, ed evidenzia le cose sporche. Dico sempre che vivere con il proprio guru è la più grande di ogni sadhana e, se riuscite a farlo, avrete appreso molto. Ecco a voi un piccolo aneddoto per illustrare l'argomento. E' chiamato:"mangiare il rimprovero." Un giorno si produssero delle circostanze che ritardarono la cena del maestro Zen, Fugai, e dei suoi discepoli. Il cuoco, di conseguenza, si recò frettolosamente nel giardino, con il proprio coltello ricurvo, per tagliare i germogli dei legumi verdi; li tritò assieme e ne fece una minestra, senza rendersi conto che, nella fretta, aveva mescolato le parti di un serpente assieme ai legumi. I discepoli di Fugai non avevano mai gustato una minestra così buona. Ma, quando il maestro trovò la testa del serpente nella sua ciotola, rimproverò il cuoco:" Cos'è, questo?" - chiese, tenendo la testa del serpente. "Oh, grazie, maestro, per il vostro prasad" - rispose quello, afferrando il pezzo e mangiandolo rapidamente. "Poi, la castità" - continua Swami Prabhavananda." Sicuramente, vi sono diversi tipi di castità. Non è così per i brahmacharins; ma, le persone sposate possono osservare la castità, attraverso la moderazione e la fedeltà. Non essere cupidi; non desiderare i beni altrui. Esistono anche le regolari pratiche di pulizia. Sapete, è necessario osservare la pulizia fisica, ed è facile farlo; prendere un bagno, o una doccia - voi, lo sapete - è facile, soprattutto in questo paese. In India bisogna recarsi sino ad un lago; tuttavia, noterete che ogni giorno gli hindù vanno al lago, o al fiume." Vi dovete, anche, purificare interiormente. In che modo? Quando cominciate a pensare a Dio, affermate semplicemente di essere puri; non pensando a null'altro che a Dio, il vostro cuore è divenuto puro: voi siete puri. Non considerate minimamente di essere impuri. Durante il culto, dobbiamo dire qualcosa di simile a queste parole: <Che io sia puro, o impuro, fino a che ti ho pensato, e fino a che penso a Te, io sono puro> Poi, la contentezza; contentezza in ogni circostanza, in ogni situazione."Però, in tutti i casi - dicono i grandi Swamis -coltivate l'insoddisfazione divina. Studiate le scritture e, poi, ogni sera, offrite ogni vostra azione, quando è terminata la vostra giornata; offritela a Dio; offrite a Dio gli effetti, i risultati delle vostre attività. Così, attraverso queste pratiche, poco a poco, il nostro cuore diverrà puro. Si dice che quando il cibo è purificato, il cuore diventa puro; e, quando il cuore diviene puro, il costante ricordo della Realtà sopraggiunge, ed ogni nodo dell'ignoranza si scioglie, e la Verità si svela. Vediamo, ora, cosa voglia dire:" cibo puro". Noi ci esteriorizziamo, attraverso la porta dei sensi; "mangiamo" le impressioni che provengono da fuori. Questo è un nutrimento - e non solo ciò che noi ingurgitiamo. Il fatto del nutrimento puro non significa necessariamente che noi si debba essere vegetariani, perchè anche i vegetali possiedono la loro vita. Quando voi raccogliete una patata, prendete una vita; solo che essa non può gridare. Così, il cibo diviene puro; il nutrimento ordinario diviene puro quando l'offrite al Signore; non importa quale esso sia. Quando voi andate a mangiare, sforzatevi di immaginare che state per dare, in qualche modo, del cibo a Brahman; offrite tutto al fuoco di Brahman. La fame rappresenta il fuoco di Brahman. Voi fate un offerta al fuoco. Così, colui che vede Brahman in ogni azione va da Brahman. Shankara spiega che muoversi tra gli oggetti del senso, non vuol dire soltanto serrare le proprie mani, ma camminare tra di essi, senza alcun attaccamento, nè avversione. In altri termini, le passioni debbono venire placate. Un giorno, Swami Prabhavananda domandò al suo guru Maharaj:" Cos'è l'austerità? In cosa consiste la pratica dell'austerità?" E Maharaj rispose:" Il controllo delle passioni è l'austerità." Maestro Eckhart spiega che, allorquando le passioni sono tranquille ed ogni desiderio è estinto, l'anima può ascoltare la parola di Dio. Leggiamo nella Bhagavad Gita che, quando la mente è perfettamente sotto controllo e libera da ogni desiderio, essa viene allora assorbita in Brahman, e in null'altro. Ricordate, pure, che ci si può sedere per meditare, e che ogni pensiero è capace di distrarvi; ma, nonostante tutto, potete continuare a vivere nella calma, per delle ore e delle ore, restando tranquillamente seduti. La calma necessaria Swamiji l'ha paragonata ad una vettura tirata da quattro potenti cavalli, mentre scende giù da una collina; il conduttore tira le redini, e la vettura si arresta. Questa, è la calma. Prendete l'esempio del legno di sandalo, immerso nel fango. Lavatelo, strofinatelo, e percepirete il profumo del sandalo. Nello stesso modo, la divinità dimora in ognuno di noi; ma, resta nascosta. Nelle Upanishad si trova il seguente esempio: noi giriamo; giriamo, senza cessa, attorno a quel tesoro, che dorme profondamente celato in noi. Coloro che vogliono scoprirlo debbono, come per un tesoro nascosto, prendere un piccone e scavare; solo allora lo troveremo. Allo stesso modo -dice Swami Prabhavananda - noi dobbiamo lottare, praticare, meditare, meditare, praticare, praticare, praticare. Maharaj insisteva sempre su questo, quando noi andavamo a lamentarci da lui:"Ma, andate a praticare." E, per terminare, il Maestro diceva:" Meditando, la mente arriva al centro del cuore - al chakra anahata; e, quando cominciate a vivere nel cuore, allora quello si apre e vi offre una visione." Voi lo sapete: benedetti sono i cuori puri, perchè vedranno Dio. Una volta, Swami Vivekananda disse che se tutte le Scritture venissero bruciate e se ne salvasse solo questa frase, insegnata da Cristo:" Felici coloro che hanno il cuore puro, perchè vedranno Dio" - ebbene, la religione resterebbe vivente. Come già ho detto, Sri Ramakrishna parlava sovente del cuore. Terminerò, citando qulcuno dei suoi detti: "Bisogna vivere in santa compagnia e pregare senza cessa. Si deve piangere per Dio. Si realizza Dio quando le impressioni dello spirito sono pure. La mente è come un ago, ricoperto di fango; mentre, Dio è simile alla calamita. L'ago non può unirsi alla calamita, se non si libera dal fango. Le lagrime tolgono via il fango, che altro non è se non desiderio, collera, avidità ed altre tendenze cattive, unite all'attrazione verso le gioie mondane. Non appena il fango viene via, la calamita attrae l'ago; cioè, l'uomo realizza Dio. Soltanto il cuore puro riesce a vedere Dio. E' solo Dio che è divenuto ogni cosa; ma, Egli si manifesta nell'uomo, in misura massima. Dio si manifesta direttamente in colui che possiede il cuore puro del bambino e che ride e piange e danza e canta, nell'estasi divina. " Sì, Duryodhana ha detto questo:<Oh, Krishna, io faccio quanto Tu, assiso nel mio cuore, mi fai fare. Se un uomo è convinto che solo Dio è l'agente, mentre lui ne è lo strumento, allora non può commettere nulla di male. Chi impara a danzare in modo corretto, non fa mai dei passi falsi. Non si può credere nell'esistenza di Dio, sino a che il cuore non sia divenuto puro.> Una persona ignorante afferma:" Oh, Dio è molto lontano. L'uomo consapevole, invece, sa che Dio è proprio lì, molto vicino, nel suo cuore. Ha assunto ogni forma e dimora in ogni cuore, come controllore interno." Il Maestro, quindi, canta:" Raggiungerete il tesoro senza prezzo, quando il vostro spirito sara immacolato da ogni macchia." Egli continua:" Non potete riuscire a costruire un vaso, se prima non preparate con cura l'argilla. Esso si sfascerà, se contiene delle particelle di sabbia, o del pietrisco. Ecco perchè il vasaio prepara, prima, l'argilla, togliendo via da essa la sabbia ed il pietrisco. Se uno specchio è coperto di polvere, non rifletterà il viso. Un uomo non può riuscire a realizzare il suo vero Sè, quando il corpo è impuro. Se, invece, il cuore diviene puro, attraverso la pratica della disciplina spirituale, si percepisce, allora, a giusto titolo, che Dio è l'agente. Lui solo diviene la mente, la vita e l'intelligenza. Noi siamo i suoi strumenti. Sei Tu che impantani l'elefante nel vaso. Sei tu colui che aiutò lo zoppo a scalare la collina più alta. Il Maestro continua:" Ma, dovete ricordarvi che il cuore del devoto è la dimora di Dio. Egli abita, senza alcun dubbio, in ogni essere; ma, si manifesta, particolarmente, nel cuore del devoto. Un possidente visita, di tanto in tanto, le parti delle sue proprietà; però, è risaputo che lo si trova, in genere, in un salone particolare. Il cuore del devoto è il salone di Dio." |
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Lunedì 26 Maggio 2008 17:42 |
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Il libro Spiritual Talks by the First Disciples of Sri Ramakrishna (Incontri spirituali con i primi discepoli di Sri Ramakrishna) venne originariamente pubblicato dall'Advaita Asrhama, Mayavati, Himalayas. Dopo la prima edizione del 1936, il libro è stato rieditato più volte, grazie al suo contenuto, considerato altamento valido. Questo volume raccoglie, per la prima volta in un testo, qualche insegnamento dato da sei figli spirituali del Maestro: Sri Sarada Devi, Swami Brahmananda, Swami Premananda, Swami Turiyananda, Swami Shivananda et Swami Saradananda. Le parole di questi diretti discepoli furono rivolte a degli ammiratori particolari, o a dei gruppi di fedeli, che le riportarono e permisero, più tardi, di trascriverle per la pubblicazione in oggetto. Da qui, l'immediatezza ed il potere di questi insegnamenti. Con Swami Turiyananda 9 gennaio 1921 (seguito) Dal sesto capitolo della Gita, egli citò i versi cosparsi di illuminanti e bei commentari: " Per un nonnulla il mentale agitato ed instabile si perde; frenatelo, riconducetelo sotto il solo dominio del Sé." " Con perseveranza infaticabile, il mentale deve venire ancora ed ancora ricondotto all'Atman. Appartiene alla natura del mentale l'essere incostante e agitato, come un bambino capriccioso che debba venire riportato ai suoi studi, tenendolo per un'orecchio. Il mentale si deve condurre addirittura al di là di Buddhi – la facoltà che determina – direttamente verso Atman. Sicuramente saranno necessari degli sforzi costanti, ma la mente, alla fine, si adatterà al vostro dominio e rimarrà calma e fissa sull’Atman. All’inizio dovrete trascendere Tamas; poi, Rajas; e infine trascenderete lo stesso Sattva. Sarà allora che realizzerete che il Sé penetra ogni cosa. Scoprirete che solo Lui esiste, e null’altro. Ciò è chiamato lo stato di coscienza trascendente. Noi dobbiamo imprigionare i sensi, la mente e l’intelletto: questi avamposti della coscienza; e, pure, conquistare la lussuria. Lussuria, collera ed avarizia sono diverse forme di una medesima realtà. Sono gli eterni nemici di Jnani; e le distruttrici della conoscenza e della saggezza. Convogliate i sensi verso il Signore. E’ il modo di dar loro una lezione. D. parlò di Shri Ramakrishna, capace di determinare delle trasformazioni improvvise nella vita di alcolizzati e di uomini sensuali. In riferimento a questi casi, lo Swami affermò: "Sì, è tutto vero. Ma, a qualcuno, tuttavia, egli permetteva un intervallo. "Divertitevi" – diceva loro – "Non graciderete per molto tempo, ora che siete stati morsi da un serpente velenoso." "Se vi trovate in contatto con l’Atman, siete salvi." 11 gennaio 1921 Swami: " Ieri sera mi è salita la temperatura. All’inizio, i miei assistenti me l’hanno nascosto, e hanno dichiarato che avevo 37°3. Quando la verità venne a galla essi si scusarono dicendo di avere letto male. "Là ove l’ignoranza è beatitudine, è una follia essere saggi". Tuttavia, l’ignoranza non è mai salutare. Solamente la Conoscenza è la sola realtà. E – come disse Gaudapada: " Quando la conoscenza viene, dissipa ogni dualità. E’ la doppia coscienza la radice di ogni male. Con la distruzione del dualismo svanisce ogni timore. Il senso del dualismo genera tutte le paure. In verità, oh Janaka, tu hai raggiunto l’intrepidità!" "E inutile leggere le Scritture, a meno che voi non pratichiate quanto esse rivelano. I Libri esistono da tempo immemorabile! Mentre io – allora avevo ventisei anni - e Maharaj (Swami Brahmananda) erravamo nella valle di Kangra incontrammo un monaco di circa quarantadue anni, molto sincero e semplice. Egli disse:" Durante gli ultimi sedici anni ho studiato i Vedanta. Tuttavia, anche oggi la vista di una donna mi priva di ogni controllo, proprio come pensare al tamarindo fa crescere la saliva nella bocca!" Aveva perfettamente ragione. Che c’è in un Libro?" " Chandasoka, fortemente esasperato da un uomo, lo inseguì brandendo una spada. L’uomo cercò rifugio in un monastero, e l’Abate, malgrado fosse del tutto consapevole del rischio, gli accordò asilo. Appena Asoka arrivò e chiese notizie dell’uomo, l’Abate ammise che costui si trovava lì; non poteva certo mentire. " Datemelo" – ingiunse l’Imperatore. "No, Signore" – fu l’audace risposta. Ciò rese talmente furioso Asoka, ch’egli alzò immediatamente la spada per colpirlo. Con sua grande sorpresa, il monaco rimase impassibile, senza il minimo segno di paura, o di un movimento di muscolo. L’Imperatore gli chiese: " Come mai non tremate, di fronte alla morte?" " Perché dovrei? Alla morte di chi, vi riferite?" Di conseguenza essi iniziarono a discutere, ed alla fine Chandasoka divenne Dharmasoka. Difatti, l’Imperatore possedeva una viva intelligenza, e comprese. "Il Vedanta comunemente praticato in certe parti del paese è d’una natura priva di morale. " Io sono Brahman" – viene affermato, e si continua a fare ogni genere di azione, come se queste non riguardassero nessuno. La Discriminazione – secondo alcuni – non è un segno di conoscenza. Anche le donne sono della stessa opinione. A volte, delle cose infami sono eseguite in nome del Vedanta. "Conoscete la storia di un monaco che venne a vivere nella Panchavati, a Dakshineswar. Presero a circolare dei pettegolezzi sul suo carattere, fino a che essi giunsero alle orecchie del Maestro. E quando questi gli fece delle rimostranze il monaco disse: " Se il mondo è irreale, solo i miei errori di comportamento debbono essere reali?" E Sri Ramakrishna replicò:" Sputo su una conoscenza come la tua! La menzogna non dovrebbe mai venire autorizzata a prosperare." L’uomo comune esprime quelle attività che tendono a perpetuare le catene dell’attaccamento. Ciò risulta vero per il mondo intero. La sola eccezione è rappresentata dai monaci, che hanno scoperto l’evanescenza del mondo e vi hanno rinunciato. La Conoscenza inizia ad apparire quando la discriminazione è perfetta." 12 gennaio 1921 Swami:" Com’é difficile tenere costantemente lo spirito al di sopra del mondo! Esso vuole discendere. E’ veramente duro sfuggire alla morsa dei desideri. Come diceva Shri Ramakrishna:" Anche chi non possiede nessun’altro che egli possa chiamare suo, ecco che alleva un gatto e crea dei legami famigliari." "La Realizzazione! – Ah, com’è prodigiosa! Il semplice pensiero del Signore ci riempie di gioia. Chi può misurare la felicità di vederlo faccia a faccia?" Nell’oceano di Brahma, colmo della beatitudine assoluta, cosa esiste da evitare e cosa vi è da accettare? Chi è l’altro (se non se stesso) e in cosa differisce? Non vedo, non intendo, non conosco nulla, lì dentro. Esisto come il Sé, l’Eterna Beatitudine – diversa da ogni altra cosa." 14 gennaio 1921 A proposito del corso tenuto ieri sulla Bhagavata, Swami afferma: "Che consiglio eccellente fornisce Prahlada ai suoi compagni!" Dice:" Adorate il Signore dalla vostra stessa infanzia. Questo corpo è quanto mai disprezzabile. La grazia salutare si mostra aiutandoci nella realizzazione del Signore." E con quale ardimento afferma al proprio padre che nessuno mai gli ha insegnato ad amare Dio; né i suoi Maestri, né lui stesso (n.d.t.: il padre)! Un amore per Dio – dice – accessibile solo attraverso la grazia dei devoti. Ed il padre, allora, si mette a gridare:" Chi è questo qui? Temo proprio che diverrà la causa della mia morte. Anche Brahma e Vishnou tremano davanti a me; ma costui discute senza paura con me! Uccidetelo!" "Voi probabilmente penserete che si tratti di un fatto inventato. No. E’ tutto vero. Prahlada non è morto; vive nel cuore di ogni devoto; nel vostro e nel mio. Quando tali sforzi prodigiosi non sono riusciti ad ucciderlo, in che altro modo potrebbe egli morire? Lui stesso non è forse riuscito a realizzare di vivere latente in ogni cosa? Leggete il Vishnou Purana; ove scoprirete che la sua coscienza monastica ha potuto far galleggiare dei blocchi di pietra sull’acqua. Un altro eccellente libro è il "Chandi"! La cui filosofia ha dimostrato l’unità di Brahman con Shakti. Quest’ultima, la Madre Divina, è l’Assoluto; ma pure il relativo, con la forma dell’universo. Penetra ogni cosa. Mahamaya (la Grande Illusione) ha velato ognuno di illusione, per permetterLe di portare avanti tranquillamente il Suo gioco. Essa riesce ad accordare con reciprocità i piaceri del mondo con l’emancipazione spirituale. Questo, il tema del libro. Il Re Suratha ed il negoziante Samadhi hanno adorato la Madre per tre anni prim’ancora di realizzare il proprio desiderio. Perché succede che noi sappiamo e, ciononostante, non riusciamo ad agire? Ciò è dovuto alla Sua Maya. Che deve venire placata. Quando essa si trova inerte, la Madre concede il dono della Libertà. Sì, privo della Sua grazia, nessuno può svincolarsi da questa rete d’illusione. L’uomo ordinario non realizza la beatitudine suprema, lo stato di coscienza universale se non attraverso il culto. Non esiste altro modo. Rivolgetevi agli altri come parlereste a voi stessi. Cioè, riconoscete che ognuno è come il vostro proprio io. Vi incollerite mai con voi stessi? Comportatevi anche così verso gli altri. Tuttavia, ciò diverrà possibile solamente quando vedrete il vostro proprio Sé esistere nel prossimo. Questo é lo spirito soggiacente al culto del povero della dottrina di Swami; le forme di Narayana. E’ del tutto vero che esiste un piano di coscienza in cui tutto si rivela come il proprio Sé. E’ quando ha raggiunto tale stato di consapevolezza che non appare più alcuna confusione all’uomo. A questo punto la conversazione si diresse sulle magnifiche opere di carità di Babu Ishan Chandra Mukhrji. Ishan Babu era un devoto di Sri Ramakrishna ed il Maestro gli aveva chiesto di rinunciare a queste opere di beneficenza per dirigere interamente il suo spirito a Dio. Swami: " Anche in queste azioni caritatevoli appare un sottile egoismo. Probabilmente, egli (n.d.t.: Babu Ishan) ha tenuto uno sguardo sulla fama. Ecco perché potrebbe esprimersi come arbitro, o guida. E’ veramente molto difficile l’opera disinteressata!" N.: Il lavoro che noi (i monaci dell’Ordine) facciamo possiede la natura di questo egoismo? Alcuni affermano che noi agiamo guidati dalle nostre inclinazioni. Swami:" Vero, siete guidati dalle vostre inclinazioni individuali; ma, il vostro lavoro, eseguito nel giusto spirito, porterà un frutto esattamente opposto a quello che si accumula con l’egoismo." N.:" Alcuni avanzano dei dubbi sul fatto che le nostre azioni siano realmente quelle di Shri Ramakrishna." Swami:" Allora, perché lavorare? La distinzione che le opere rappresentino quelle di Swami e non quelle del Maestro è del tutto irrazionale. Swami non ha espresso una sola idea che gli appartenga personalmente. Colui che potesse esprimere una differenza qualunque tra Swami e Srhi Ramakrishna dovrebbe essere veramente impudente!" "Alcuni considerano queste opere inferiori alla meditazione. Non sanno quel che dicono. Cos’è la meditazione? Per quale ragione viene altamente apprezzata? Perché rappresenta il mezzo di unire l’anima a Dio. Ora, analizziamo quanto Swami, che ha iniziato le opere, voleva significare. Vi ha chiesto di assistere semplicemente i pazienti, oppure di rendere culto a Narayana, attraverso essi? Ed allora, in cosa questo culto di Narayana è diverso dalla meditazione? Può certamente accadere che non si abbia la possibilità di servirlo con questo spirito, ma non ne deriva il diritto di chiamarlo inferiore. Swami ha proclamato questa nuova via dopo aver realizzato che il Sé è immanente in ogni cosa. Ma la gente non lo capisce ed insiste, di conseguenza, a seguire le vecchie routines della pratica spirituale. Tre giorni di questo servizio, compiuto a regola d’arte, condurrebbero alla realizzazione spirituale. Ed è stata proprio questa l’esperienza di tutti coloro che l’hanno fatto. K. mi ha detto che durante i giorni in cui lavorava nell’ospedale provava una grande elevazione spirituale. Ogni uomo non è Dio Medesimo? "Il Signore risiede in ogni cuore". Se non comprendiamo quest’ultimo concetto, la colpa è solo nostra, e di nessun altro. Una volta, quando confidai a Shri Ramakrishna che l’ideale della mia vita era di raggiungere il Nirvana, egli mi rimproverò per il fatto che io mi nutrissi di un ideale così poco elevato. "L’uomo medio muore dalla voglia del Nirvana. Avete mai osservato un neofita al gioco dei dadi come fa prudentemente le sue mosse, osservandole due per volta, per non subire uno scacco? E come si agita per arrivare in fondo al gioco! Al contrario, l’esperto non usa queste precauzioni. Muove i pezzi con calma, molto padrone del finale; e il gioco continua così. I dadi divengono tanto sensibili nelle sue mani che ne può lanciare quanti ne vuole, secondo il suo desiderio. Sì, "l’esperto" resta nel mondo e prende piacere ai divertimenti che vi trova. Rimasi talmente sbalordito da quanto veniva esposto, che esternai tutti i miei dubbi; egli mi rassicurò che, grazie all’intervento della Madre, ciò era possibile. "Lei fa in modo, graziosamente, che ci si eserciti anche ai dadi – disse metaforicamente. N.: "Una volta ci diceste che la gioia di una giornata in compagnia di una Incarnazione era sufficiente compenso delle sofferenze di un’intera vita." Swami: " Sì, è vero. Un’ora di canto nella congregazione, in compagnia del Maestro, ci colmava di una tale gioia esuberante da farci sentire trasportati, come se ci trovassimo in una regione eterica. Tuttavia, oggi, anche la meditazione non riesce più a suscitare tanta beatitudine celeste; o, almeno, una sua apparenza. Questa felicità restava in noi, senza cessare, per un’intera settimana. Avevamo l’abitudine di sentirci ebbri, senza saperne il perché, né il come. Chi lo crederebbe? E’ difficile convincerne la gente. Tuttavia, debbo parlare francamente. L’uomo ordinario cerca il Nirvana perché ha sofferto. Ma non conosce l’immensa gioia che si esprime nella Comunione Divina. 14 Gennaio 1921 "Un giorno giunsi al tempio di Dakshiveswar, nel momento in cui il Maestro faceva colazione. Davanti a lui stavano un numero di coppe, che contenevano diverse qualità di nutrimento. Qualcuno avrebbe potuto trarre la considerazione che questo fosse un lusso, riferito soltanto ad una vita Rajasica. Il Maestro esclamò immediatamente:" Ebbene, la tendenza del mio spirito va sempre verso l'Infinito. E' attraverso questi meccanismi Rajasici che lo trattengo ad un livello più basso; altrimenti, non avrei potuto parlare con voi. "Com'è strano!" - mi sono detto, sentendolo - "Gli altri cercano di raggiungere Sattva, dominando Rajas attraverso la disciplina rigorosa sul cibo, mentre lui deve controllare la sua mente con forza per impedirle di innalzarsi al piano di Sattva!" Per sua infinita grazia, mi ha concesso, una volta, la consapevolezza che ogni azione ed ogni movimento che lui esprimeva - anche del passo dei suoi piedi - erano destinati al bene degli altri. " La gente non possiede che un concetto superficiale circa il senso dell'azione disinteressata; e non ne ha un netto dominio. Difatti, se sono arrivati a quella conclusione, perchè mai continuano a resistere nel praticarla? Solo coloro che si trovano nell'errore dicono, senza esitare, di averla compresa. L'abbandono completo alla verità è condizione indispensabile all'azione disinteressata. "Sono i desideri che ostacolano la realizzazione spirituale. Noi potremmo abbandonarci soltanto a Lui! Ma, no! - contiamo su di Lui soltanto in parte, e, per il resto, sul nostro sforzo personale, per timore che Egli non risolva l'intero problema. (A.R.):" Diteci qualcosa, su Dio" R.:" Possiamo solamente recitare la Bhagavata del Kali Yuga! (intendeva i giornali) SWAMI:" Perchè la pensate in questo modo? Come può esistere un Kali Yuga per un devoto?" (Agli altri): " A volte, R. dice delle cose molto gradevoli. L'altro giorno mi ha descritto uno dei suoi sogni. Sembrava quasi reale e mi ha profondamente impressionato." R., che venne persuaso a raccontarlo, prese a parlare:" Ho sognato che Sri Ramakrishna era molto malato, e che la dissoluzione del suo corpo si avvicinava. I discepoli si trovavano molto abbattuti, e la Santa Madre piangeva in una stanza interna. Ho intuito, quel giorno - quando feci il sogno - che un'Incarnazione Divina e l'uomo differiscono solo nel grado di potere. E, visto che mi trovavo davanti a Sri Ramakrishna, mi sono chiesto, interiormente, se mai l'amore dei suoi discepoli avesse potuto spingerlo a conservare più a lungo il suo corpo fisico. Non appena questo pensiero ebbe attraversato il mio spirito, egli esclamò:"Guarda, esiste un grande differenza tra Dio e gli uomini. Sai come sono fatti gli uomini? Sono come chi entra nelle acque dell'oceano, intenzionato a percorrere una corta distanza; questi, al massimo, raggiunge, con grandi difficoltà, gli scogli a pelo d'acqua, e subito se ne ritorna indietro." E, mentre diceva queste cose, io ho realmente veduto un oceano infinito dispiegarsi davanti a me, con degli uomini che avanzavano nell'acqua; e la maggior parte di essi si trovava vicino alla spiaggia, mentre solo uno o due di loro avevano raggiunto i lontani scogli affioranti. Sri Ramakrishna proseguì:" Ma Iddio lo può attraversare e ritornarsene in un attimo." Ed allora, immediatamente, io l'ho visto attraversare il mare e rivenire. A questo punto, egli mi aggiunse:" Lo spirito di una Incarnazione Divina si dirige sempre verso l'Infinito. Una minuscola particella della sua Mente si occupa dell'universo, di cui i devoti formano una parte veramente piccina. Come possono mai essi costringere in alcun modo la mia mente?" La Santa Madre, a sua volta, aveva l'abitudine di affermare la medesima cosa. Un giorno, disse:" La mia mente vuole sempre elevarsi verso l'infinito. Utilizzando diversi meccanismi, la devo trattenere con forza su di un piano inferiore. Parlano dei miei attaccamenti. Non sanno che potrei spezzare ogni legame in un solo istante!" SWAMI: " Ho ascoltato una bella storia, che le si riferisce, e che lei stessa ha raccontato. Dopo la scomparsa di Sri Ramakrisna, una volta stava piangendo; quando egli le apparve davanti, e disse:" Perchè piangete? Pensate che io sia partito? Eccomi! Si può solamente affermare che io sia passato da una stanza ad un'altra: è tutto. Voi non potete vedermi fisicamente, ma sapete - in mille modi - che io esisto." 15 gennaio 1921 Lo Swami discuteva, scherzando, con D., per dimostrare la superiorità di Bhakti su Jnana. Citava dallo 'Chaitanaya-Charitamrita:" Lo Jnani, che ignora la felicità dell'amore Divino, gusta, come il corvo, i frutti 'margosa' di Jnana. Ma, il devoto, che conosce il mistero dell'Amore Divino, come il cuculo, assapora i fiori di mango dell'Amore." Il frutto della 'margosa' ha un sapore amaro, e, poichè rappresenta un prodotto maturo dell'albero, non si avvale più di un periodo di sviluppo ulteriore, e, quindi, appassisce presto. Ma, il fiore di mango possiede un avvenire eclatante, davanti a sè. Crescerà e produrrà un frutto succolento; il suo destino implica progressione. Jnanas viluppato interamente diviene bhakty. La pratica della conoscenza conduce la mente sempre più in alto, al di là dei limiti del dualismo. Tuttavia, la vera Bhakti è fine a sè medesima. Ovunque si trovi, il devoto è costantemente colmo del nettare dell'amore e della felicità Divina. "La conoscenza è necessaria per controllare i sensi, durante le prime tappe della vita spirituale. Più tardi, appare il continuo piacere dell'amore beatificante di Dio. " E come appaiono belle le seguenti parole di Tommaso di Kempis:" Parla, oh Signore, poichè il tuo servo ascolta. Fate silenzio, voi tutti insegnanti! E silenzio, voi profeti! Parla Tu solo alla mia anima, oh Signore!" "Vieni, oh mente, evadiamo dalla lussuria e dalle altre passioni, e viviamo attraverso noi stessi." Ma, com'è difficile evadere da esse! A causa loro gli uomini sono divenuti dei bruti! "Sri Ramakrishna chiese una volta ad un Pandit di discorrere su qualche soggetto, tratto dalle Scritture. Il Pandit continuò per più di un'ora ad esporre la dottrina di Triputibheda (la dissoluzione della differenza tra conoscenza, conoscitore, e la cosa conosciuta). Alla fine, Sri Ramakrishna rimarcò:" Avete veramente ben parlato. Però, tutto quanto io so è che ho mia Madre, e sono Suo figlio." 21 Gennaio 1921 La conversazione scivola sulle antiche civiltà. T. osserva che le civiltà Indiane, Cinesi, Egiziane e Persiane furono le più antiche. Swami: " Esse affermano che l'evoluzione dell'attuale umanità nasce da quella dell'ameba. Io direi agli americani, che, qualunque idea si abbia dell'evoluzione, teniamo per certo, tuttavia, che l'uomo civilizzato è sempre esistito. Li sfiderei a indicare una sola civiltà che non nasca dal contatto con un'altra." T.:" Tuttavia, Maharaj, l'Ottentotto resta sempre l'Ottentotto." R.: " Eppure, può succedere che un grand'uomo appaia, all'improvviso, in seno ad un popolo poco civilizzato, e gli doni la luce." Swami:" A dire il vero, i grandi uomini non sono mai nati così. Le razze selvagge si sono, mano a mano, civilizzate, tramite il contatto con altre che lo erano di già. "Il più alto ideale della civiltà sta nella realizzazione del Sè, come esistente in tutti gli esseri. ' Colui che giudica il piacere e la pena, ovunque, a seconda del modello che applica a se stesso, questo Yoghi, Oh Arjuna, è considerato il più elevato.' Codesta realizzazione, tuttavia, arriva soltanto dopo il Nivirkalpa Samadhi. B.:" Ma, quando un uomo ha realizzato il Dio personale nel Savikalpa Samadhi, egli riconosce che dimora in ogni cosa. Non è, forse, questa, la realizzazione dell'Unità Universale?" Swami:" Esistono delle tappe nella realizzazione. Swami asseriva che l'India non ha mai risentito della mancanza di Jivanmukta (il liberato-vivente). Diceva che, egli medesimo, ne aveva conosciuti almeno quindici, o sedici; e, comunque, anche nei giorni più scuri dell'India, nacquero dei giganti spirituali. R.:" In verità, una terra abitata da trecento milioni di abitanti - e, per di più, nel passato - e che aspira con tenacia alla realizzazione spirituale, non può conoscere l'assenza di tali profeti. L'India è, per così dire, il santuario del mondo, e la contemplazione di Dio, la sua principale occupazione. Swami:" L'opinione di Swami era che tutto cuore e niente cervello fosse cosa preferibile a tutto cercello e niente cuore. Era abituato ad affermare che il cuore compie ogni cosa. T.:" Non credo in questa teoria." Swami:" Non si può costruire un'esistenza senza il vivo contatto con una vita ideale. La Bhagavad insiste sempre sulla compagnia del buono e del devoto. Shankara ha senza dubbio perorato sull'aspetto di Jnana (conoscenza). Ma, il Vedanta sostiene egualmente la necessità di una maestro spirituale. La vita può venire rischiarata solo da un'altra vita. T.: Fortunatamente, noi abbiamo le vite di Sri Ramakrishna e di Swamiji, e voi stesso davanti a noi. Cosicchè possiamo conoscere il vero ideale ed il significato reale delle Scritture. Swami:" Veramente, le vite dei profeti sono la prova e la dimostrazione delle Scritture. 24 gennaio 1921 Era caduta l'unghia del pollice dello Swami. Riferendosi al fatto, egli disse:" Così è il corpo lasciato dietro, mentre l'anima s'invola. Benchè, di sicuro, non ci si accorga di essa, il mentale, l'ego sente il suo distacco. I grandi elementi: egoismo, intelletto ed anche il non manifesto - questi, costituiscono lo Kshetra (il campo) e le sue modificazioni. Solo lo Kshetrajna (anima) è reale, e ciò fa sì che lo Kshetra - il corpo mentale, ecc. - appaiano anch'essi veri. Nella sua ultima nascita l'uomo diviene consapevole della Verità, conosce Dio e non soccombe alle illusioni egoiste. " L'attaccamento e l'avversione sono alla radice di ogni male. Da qui, l'ordine di abbandonarli. Poichè, liberi di essi, si può, con impunità, agire come ci piace. " Si raggiunge la conoscenza grazie ai grandi saggi. ' Attraverso la grazia dei grandi, o quella del Signore', dice la Scrittura. Allora, si prova un desiderio ardente di emancipazione dal mondo, e la Volontà Cosmica sistema le circostanze favorevoli a che ciò accada. " L'individuo è limitato. Come una vacca attaccata alla fune, egli è libero solo fino ad un certo punto, e non completamente. Ma, si emancipa se utilizza questa libertà in modo corretto. Non lo fa, però, e ne abusa, piuttosto, in modi diversi. Ogni uomo possiede un proprio mondo ed osserva la medesima sostanza in maniera diversa. Realizzando il Sè in ogni cosa, si raggiunge la Pace Eterna. 26 gennaio 1921 Swami (riferendosi a D., che è presente) " Discendono ogni giorno nel tamas, divenendo sempre più pigri, in nome del progresso spirituale. Pensano che la stessa inazione costituisca l'ideale. Se così fosse, ebbene un semplicemuro potrebbe essere visto come un'esistenza che ha raggiunto il samadhi. Non potrebbe - questo muro- trascendere ogni dualismo? Mantenere l'equilibrio della propria mente; in ogni circostanza, restare del tutto impassibili: ecco, la vera meta. 'Il culto di Narayana' - che cosa squisita! Questa è la caratteristica dell'epoca presente. La meditazione ed il lavoro sono eccellenti cose ambedue, se ben realizzati. Essi si equivalgono, nella bontà del metodo. Una volta prevalse l'idea che Swamiji predicasse in modo diverso da Sri Ramakrishna. Ma, quest'idea, oggi, è considerevolmente screditata. La pratica della medicina è cattiva se voi cercate di esserne remunerati. Agite disinteressatamente; ciò porta alla salvezza. Si dice che il lavoro lega in modo stretto. Bene, se lega, libera anche. Quale sorta di meditazione è quella che comporta una mezz'oretta, la mattina, ed un'altra, la sera? Non dovrebbe essere, invece, un flusso interrotto che prosegue per l'intera giornata? Voi chiudete gli occhi per qualche minuto e passate, invece, il resto della giornata a ciarlare! Si deve, invece, provare a lungo, e con tutte le forze; è allora che si può raggiungere la realizzazione. "Voi raccogliete quanto seminate. Se desiderate qualcosa, cominciate a cercarla immediatamente. Potreste essere incapaci di agire nel modo migliore; ma, fate, comunque, del vostro meglio. Ora, o mai più!" 2 febbraio 1921 N. leggeva ad alta voce la prima metà del Mundaka Upanishad. Alla fine lo Swami osservò: < Solo l'Uno esiste, e null'altro. Noi Lo vediamo come uomo, animale, uccello, insetto, pianta, ecc.. Ma, se ci mettiamo a pensare in modo corretto, scopriremo che non vi è poi una tale differenziazione in Lui. Ci immaginiamo come degli ego, e con quanta forza ci spossiamo a dargli soddisfazione! Ognuno possiede un proprio mondo che lo accompagna al di là della morte. C'è il piacere e il desiderio per sè stessi che gli ostruiscono la vera conoscenza. Non siamo noi la conoscenza medesima? Ma - ahimè! - è così difficile rinunciare alle gioie del mondo! N.:" Ma questo abbraccio alla tristezza non e', poi, egualmente, una sorta di follia?" Swami:" Sì, certo. Ma, in qualità di disciplina spirituale, ha un grande valore; purifica la mente. "Dire semplicemente: 'Sono Brahman', è inutile, sino a quando resterà in voi la minima traccia di ignoranza. Voi dovete adorare Dio. La Madre, quando sarà soddisfatta dal culto, accorderà il piacere e l'indipendenza. 'Prendi rifugio, oh, re!, in Ella, la Grande Dea. Quando sarà placata, accorderà ambedue le cose: la prosperità nella vita del mondo e l'emancipazione spirituale.' "Che ti serve d'altro, se Brahma, Vishnou, o Shiva ti insegnano? A meno che tu non dimentichi ogni cosa, sarai ancorato nella realizzazione del Sè. "Essendo l'intero universo solo un effetto di Brahman, in realtà esso rimane solo Brahman. Ciò (Brahman) è la sua essenza, e non esiste altro che Ciò. Colui che afferma <<è>>, permane ancora nell'illusione; balbetta come un mezzo addormentato. 4 febbraio 1921 Lo Swami parlava con entusiasmo del servizio e del lavoro. Swami:" Il lavoro, compiuto nello spirito di servizio, ha il potere di condurci sicuramente alla meta, quanto la meditazione e lo Japa. " La Gita, letta tra le righe, pone l'accento sul lavoro. Esiste un senso più profondo dietro il suo detto, che lo Jnani non ha lavori da compiere. Ciò vuole significare che egli non possiede un sentimento egoista, come quello del lavoratore comune, legato a quanto fa. "Tutte queste vecchie idee, che lo Sannyasin debba rinunciare a ogni impiego, eccetto la mendicità, non riescono più a soddisfarci, dopo essere stati illuminati dalla vita e dagli insegnamenti del Maestro e dello Swamiji. Essi hanno lasciato cadere un nuovo raggio su queste cose; hanno donato una nuova espressione all'antica luce. Essendo venuto a sapere che un certo lavoro non poteva essere portato a termine per la mancanza di gente competente, lo Swami disse:" Non fa nulla. Agite per il meglio. Lavorate voi stessi sino a morire, se è il caso. Ne nasceranno solo dei buoni risultati. "Sono contraro a che la nostra opera venga eseguita da uomini pagati. Meglio che la terminiate voi...Continuate a lavorare, pronti a sacrificare la vita, per l'opera del Maestro. Sono sicuro che Egli fornirà, nei tempi opportuni, tutto l'aiuto necessario. Non vi preoccupate. "Non amo affatto l'idea di separare il lavoro dal culto. Il lavoro è culto. Ogni lavoro è Suo servizio. Ho notato che delle persone che praticano delle austerità in solitudine, divengono spesso degli egoisti. Ma, il lavoratore deve unirsi e vivere con un certo numero di individui, per amore della sua attività e deve coltivare la pazienza, la simpatia, l'amore e il disinteresse. In più, l'Upasana (culto) è anch'esso lavoro, ed i suoi frutti devono ugualmente venire dedicati al Signore. 11 febbraio 1921 Swami:" J. èvenuto a visitarmi, qualche tempo fa. E' un devote credente di Purushakara, libera volontà e libera azione. Ho posto davanti a lui l'altro aspetto: quello del destino. Ho detto:' Abbiamo visto questi due aspetti, e, di conseguenza, consideriamo la volontà Divina come il fattore più forte. Forse, voi non avete mai incontrato una sconfitta nella vita. Ecco, perchè siete così energico nei confronti della libera volontà'. Ma, egli ha continuato a sostenere la sua tesi, apertamente ed ingenuamente. E' venuto a felicitarci per le nostre opere di servizio. Quando ho risposto che erano possibili solo con l'aiuto di Dio, egli ha replicato:' No, non per la volontà di Dio, ma solo per i vostri sforzi'. Ha sottolineato che i monaci hanno portato la rovina nel paese, predicando Vairagya! Ma, è un eccellente uomo ed io lo amo molto. 12 febbraio 1921 Swami (riferendosi a Y.):" Vuole mettere qualche soldo da parte, prima di ritirarsi dal mondo. L'idea di mendicare il proprio cibo lo spaventa. Ma, allora, la sua rinuncia non sarà vera.' Errare di qui e di là, vivendo di elemosine.' Mendicare è cosa sacra; questo insegna la fede in Dio. E si arriva a sentire che ogni luogo è il Suo e che si ha solo quello che Egli dà ,e quando Lui lo vuole. Non ci si può sbarazzare in altro modo dalla paura e dalla fiducia verso gli uomini. "Certuni sono spaventati dall'idea di dividere i propri beni con gli altri. C'era un monaco che viveva in una foresta. Un re, che cercava Dio, venne a lui, dopo aver rinunciato al suo reame. Il monaco si preoccupò, per questo eventuale compagno, associato al suo pane quotidiano. Allora, disse al re:' Dovete abbandonare ogni altra compagnia. Andate più nel profondo della foresta, dove avrete una perfetta solitudine.' Dopo un pò, venne lì un uomo, che portava del cibo per due persone; e ne prelevò la porzione abituale per il monaco. Costui si accorse che quello aveva riservato un piatto d'oro, pieno di pietanze delicate, e gli chiese per chi fosse. 'E' per colui che fu un re -replicò l'altro. Il monaco andò incollera: ' Ma cosa! Semplicemente del pane per me, che sono un monaco anziano, e tutte queste prelibatezze delicate per un novizio?' L'uomo rispose:' Io non ne so nulla. Ma, colui che mi ha mandato ha detto che se non vi avesse soddisfatto il solo pane avreste potuto prendere la falce.' Il monaco, prima di fare voto di rinuncia, aveva l'abitudine di falciare l'erba. Il significato dell'episodio era che se lui ed il re non erano soddisfatti della loro vita presente, dovevano ritornare alle loro antiche occupazioni; il monaco a falciare l'erba ed il re al suo regno. Perchè, quindi, non servire il re con cura? Questa è una bella storia, profondamente significativa. "Ci si trovava nei primi giorni del Shanti Ashrama (negli Stati Uniti). La stazione più vicina all'Ashram era distante ottanta chilometri, e il luogo abitato più prossimo era un ufficio postale, a otto chilometri. Si doveva trasportare l'acqua in fusti, da una località, a cinque chilometri. Quando notai queste condizioni, mi vidi estremamente scoraggiato. Pensai:' Come potrebbero vivere circa quindici persone in un simile luogo? Durante la mattinata, ansiosi pensieri riempivano il mio spirito. Nella notte, ebbi una sorta di visione, in cui osservai una madre-uccello, che nutriva la sua giovane creatura - come descrive lo Chandi; e mi fu dato comprendere che la Madre aveva predisposto ogni cosa. Il giorno seguente arrivò un amico, che era radiestesista. "Nel frattempo, avevo ricevuto, a causa della mia ansia, un buon rimprovero da una signora-membro, la quale aveva detto che avevo meno comprensione di 'Bebé', in riferimento al fatto che non sentivo fede verso la Madre. 'Bebé' era il soprannome dato da Swami Vivekananda ad una signorina molto pia. Il rimprovero mi sembrava fosse stato fatto dalla stessa Madre. Dunque, successe che il radiestesista ritornò, dopo un giro di due ore sulle terre dell'Ashram, e riferì che, lì, vi erano almeno tre sorgenti di acqua. Fu scelta la sorgente più vicina; egli scavò un poco e scoprì un bel gettito di acqua. Fu in tal maniera che ogni cosa si sistemò allo Shanti Ashrama. "E' Lui che fa tutto. L'Uno soltanto esiste, e null'altro. E' estremamente difficile vedere ' l'Atman in ogni cosa ed ogni cosa nell'Atman', e ' Dio presente in ogni essere'. Parliamo facilmente di questo soggetto e lo predichiamo agli altri. Ma, quale ostica cosa praticarlo! Tutto sta nel nostro interno. Gioia e dolore non hanno un'esistenza oggettiva. Noi proiettiamo la gioia dalla nostra soggettività e l'associamo a certe cose. " Lo Jnani parla e pensa all''Io' come identico all'Atman. Noi lo identifichiamo al corpo. Percepire il Divino nella nostra coscienza non è altro che fondere l'ego con l'Atman. ' Come l'acqua pura, versata nell'acqua pura, divengono la stessa cosa, così è per il Sè del saggio, oh Gotamo, che conosce l'unità di Atman.' "Lo Jnani che ha realizzato l'Unità, si comporta nel mondo alla stessa maniera in cui ci comportiamo noi quando, incidentalmente, ci mordiamo la lingua; non andiamo in collera con i nostri denti. Per l'intero tempo in cui noi ignoriamo la reale natura dell'immagine, ne siamo dominati. Ma, una volta conosciuta la sua essenza, non ne siamo più incantati, benchè la si continui ancora a vedere. Così, l'Jnani che scopre la natura del mondo non ne resta più ingannato. " La differenza tra lo Savikalpa ed il Nirvikalpa Samadhi è solo nel grado di beatitudine, non nella natura dell'esperienza. Poichè, nei due, l'anima si ricongiunge a Dio. Il Nirivikalpa samadhi è colmo della gioia infinita della conoscenza del Sè. Non è un vuoto sterile. " Quando si è raggiunta la liberazione, si realizza il puro amore, senza alcuna motivazione segreta. E'un amore, privo di ogni pensiero di potere e di gloria verso il Beneamato. E' un amore simile a quello che le Gopis consacrano al bimbo Krishna. "Gli Adhikarika Purushas, i profeti e Incarnazioni, che sono nati per ispirare il mondo, non devono subire la schiavitù del Karma. La loro incarnazione non è dovuta alle loro azioni passate, ma alla volontà di Dio, affinchè essi possano servire l'umanità. Indra e altri dei sono 'maestri dei domini del piacere' e vedranno la loro caduta. Ma, gli Jivanmuktas, i 'liberati-viventi', sono onnipotenti. E' pur vero che i Brahman-Sutras indicano che essi non possono creare, o distruggere il mondo - visto che queste funzioni appartengono a Dio. Tuttavia, non è che manchi ad essi il potere di creare, ecc.. Semplicemente, non vogliono creare. Il possesso di tutti questi poteri è un 'sine qua non' della realizzazione di Mukti. " Sri Ramakrishna diceva che Shiva aveva raccolto un piccolo sorso dell'Oceano di Brahman; Shuka l'aveva toccato; e Narada l'aveva visto solo a distanza. <<Qualcuno ha scritto la sua disapprovazione per il gioire continuo che ha caratterizzato il soggiorno, qui, di Maharaj (Swami Brahmananda). Ma, come poteva essere altrimenti? La Bhagavad dice:' Coloro che realizzano l'eterna presenza del Signore nel loro cuore, sono dotati di bene e di bellezza perpetui, e la loro vita è impregnata di una gioia festosa senza fine.' " Ramanuja si recò dove viveva Suradasa, e lo vide lamentarsi ogni giorno, presso il Signore, delle proprie pene e sofferenze. Allora, gli disse:' Perchè, oh Suradasa, lamentarsi così, verso Dio, dei tuoi dispiaceri? Canta la Sua gloria'. Fu così che Suradasa compose i suoi centomila versi, in lode al Signore. Suradasa, che era cieco, in seguito ritrovò la propria vista. "E' Dio che ha fatto ogni cosa. A giusto titolo, Tulisidasa dice che profitto e perdita, vita e morte, fama e calunnie sono tutti Suoi doni. Sì, Egli è l'unico attore. Ma, il piano per il mondo non riguarda unicamente Mukti; riguarda anche Bhoga, il piacere. Così, gli individui perseverano attraverso gioie e pene, sino a che si risvegliano e si emancipano. Dio è la forza motrice dietro ogni vizio ed ogni virtù. Sullo sfondo di tutto ciò, esiste la Sua volontà benefica. Ogni azione tende ad un bene finale. " Il mondo è pieno di una varietà di cose sconcertanti ed estremamente complesse. Ogni fenomeno è l'effetto di Triguna. Ma, esiste uno stato più alto di essi, che è realizzato dai Paramahansa. Colui che vede, in mezzo a queste varietà, la soggiacente unità, possiede la pace eterna. Poichè, a quel punto, non v'è nè perdita, nè profitto; nè bene, nè male. Leggevamo, in questi giorni, le preghiere egoiste nel Rudradhyaya:' Non distruggere le mie vacche. Volgi sempre il tuo viso benevolo verso di me. Vieni, deponendo il tuo arco e le tue frecce. Umilia e castiga i miei nemici'. Bene, tali preghiere provengono dall'egoismo. Ma, quando ci si è sbarazzati dalla coscienza del corpo, non si provano questi desideri. La concezione più alta diviene, allora, quella di pensare che ogni cosa è Lui. In mancanza di questa realizzazione, la cosa migliore è considerare che Egli resta l'agente reale dietro ogni azione, ed è causa di tutte le nostre. Tratto da Vedanta 133&134. |
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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 28 Maggio 2008 09:36 )
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Swami Siddheswarananda - Visione di bellezza |
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Lunedì 26 Maggio 2008 17:38 |
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Visione di bellezza Abbiamo passeggiato nella città di Roma; abbiamo visitato il Colosseo e altri ricordi della gloriosa epoca romana. Visitando l’interno della Basilica di San Pietro, ho provato l’emozione più forte di fronte alla Pietà di Michelangelo e alla cupola della Basilica. Se mi si domandasse: “Com’è possibile pregare qui?”, io risponderei: esistono due tipi di preghiera. La prima è quella che si mormora nel silenzio e nella solitudine; la seconda, quella che si sente salire dentro di sé di fronte alla maestosità e allo splendore di certe opere d’arte. La Basilica stessa è una “visione di bellezza”. Quando la si guarda o quando si resta in silenzio davanti alla Pietà, si avverte una sensazione dove il “prodigioso” e il “sublime” sono mischiati, e, incapaci di dire una parola, non si può che pronunciare ‘Ah!’, o un’altra simile esclamazione. Comunque, è la personalità intera che reagisce in questo ‘Ah!’. La mente e il fisico non sono più separati. Si fondono, si “amalgamano”, al punto che il senso dell’Ego sparisce. L’io che gioisce della bellezza dello spettacolo va a raggiungere uno spettatore sconosciuto, per perdersi in lui. E potrebbe essere la stessa visione degli artigiani di queste opere che egli ritrova e nella quale svanisce. In un certo senso questa preghiera è più nobile di quella che si limita alla ripetizione del rosario, l’attenzione rivolta all’interno, domandando ‘Signore, venite?’. In questa attitudine di introspezione che è la nostra quando sgraniamo il rosario, noi separiamo l’interiore dall’esteriore. Questa posizione esige che noi diventiamo antarmukhi, cioè esige che ci interiorizziamo. Bisogna eliminare il contatto con gli oggetti dei sensi. E’ la via indicata dalla Gita a proposito della meditazione. Respingere tutto: bahia sparsha: contatti con il mondo esterno. Quando attraverso questo metodo, lo spirito è diventato stabile, la luce della Realtà si riflette in lui. Possiamo dire, spiritosamente, che la Realizzazione è accessibile solamente ai “capitalisti” della vita spirituale, a 200 famiglie. In effetti, è necessario un enorme capitale: disciplina, guru, studi, ecc., ecc. L’altra forma di preghiera, quella che noi pronunciamo nel mezzo della folla, sulla Piazza di San Pietro, o di fronte alla grandezza e alla bellezza di uno spettacolo, è descritta nella Gita come la ‘Visione Cosmica di Arjuna’ (Capitolo XI). Contemplando la maestosità di un tramonto, le meraviglie di un paesaggio o le opere d’arte create dal genio umano senza l’aiuto di alcun “capitale”, il nostro essere interamente vibra e reagisce, e le nostre diverse esclamazioni, espresse o taciute, sono la vera ‘preghiera’. Può essere che Tagore abbia conosciuto un simile stato di tensione interiore quando scrisse questi versi del Gitanjali: “Lascia il tuo rosario, lascia il tuo canto, le tue salmodie. Chi credi di onorare in questo buio e solitario angolo Di un tempio di cui tutte le porte sono chiuse? Apri gli occhi, e vedi che il tuo Dio non è davanti a te. E’ là dove il contadino ara il duro suolo, E al bordo del sentiero dove pena lo spaccapietre. E’ con loro nel sole e nell’acquazzone, I suoi vestiti sono coperti di polvere. Privati, come Lui, del tuo mantello pietoso, Scendi anche tu nella polvere. Liberazione! Dove pretendi di trovare la liberazione? Il nostro Maestro non si è forse gioiosamente fatto carico Dei legami della Creazione? Si è unito a noi per sempre. Esci dalle tue meditazioni e lascia in disparte i tuoi fiori e i tuoi incensi! I tuoi vestiti si strappano e si bagnano? Cosa importa! Vai a raggiungerLo e mantieniti vicino a Lui Nella fatica e nel sudore della tua fronte.” Il contenuto di questo poema ha ferito numerosi nostri Swami. Ciò nonostante, ignoriamo – o dimentichiamo – che lo stesso Sri Guru Maharaj entrava spesso in samadhi quando si trovava in presenza di una ‘visione di bellezza’, o in mezzo ad una folla. Questo perché la forza irresistibile di questi inviti esteriori, simile ai fiotti di un’inondazione, trascina al di là delle nostre strette mura (o meglio del nostro piccolo ego) la nostra intera personalità. Il richiamo cosmico ci porta al silenzio e annichilisce ogni tentativo di tradurre una tale esperienza il una forma qualsiasi di linguaggio. Da N°156 Vedanta - Gretz - (Tradotto da Punto Ramakrishna - Gropparello) |
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 26 Maggio 2008 18:02 )
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Swami Veetamohananda - Gli aforismi yoga di Patanjali |
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Lunedì 26 Maggio 2008 17:27 |
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Introduzione La pratica e' il cuore dello yoga. In senso generale ed in primo luogo, lo yoghi e' uno sperimentatore, un filosofo, un teologo ed anche uno psicologo. La sua stretta esperienza puo' venire identificata a quella dello scienziato nel suo laboratorio. Egli analizza per conquistare la Realta'. Non puo' rimanere soddisfatto di teorie, di speculazioni o di situazioni di seconda mano. Egli stima che il sovrano criterio di realizzazione del Reale non possa essere che la sua diretta esperienza personale. Un'esperienza aperta ad ognuno. E quanto viene richiesto sara' una rigorosa devozione alla pratica applicazione dello yoga. Colui che si sforza di penetrare a fondo nello yoga analizza necessariamente le basi interiori ed esteriori sulle quale si svolge il proprio sviluppo. Le recenti ricerche sulla storia dello yoga, la sua sintonia con le scienze, con l'antropologia, ecc.., mostrano che esso e' comprensibile e che ci unisce con certezza alla Realta'.. Risulta chiaro di conseguenza che lo yoga non ha nulla da spartire con l'idea di magici poteri primitivi. L'essenza dello yoga e' sicuramente l'innata aspirazione dell'uomo ad attraversare l'oceano del mondo fenomenico. Egli si trova costantemente in conflitto con se stesso. Ed e' a causa di questa lotta interiore tra la propria ragione e tra le sue passioni che egli si pone in conflitto con il mondo, con gli altri, ecc.. Il problema fonamentale degli esseri umano puo' meglio venire compreso leggendo la storia del piccolo principe, mentre si trovava sulla cinta fortificata del suo palazzo, dopo aver percorso una giornata di penoso cammino attraverso il cuore del deserto. Guardando il sole che scompariva egli venne costretto a riflettere: " Ci sono due deserti" - pensava. " Il primo rappresenta uno splendore per lo sguardo; l'altro, diviene abominevole quando lo si vuole attraversare." E nel proprio cuore, con intensita', carezzava l'idea di un giorno in cui avrebbe potuto catturare la promessa d'un meraviglioso orizzonte! " La promessa di un orizzonte" - ecco il problema di ogni essere umano. Noi viviamo quotidianamente con la "Realta' ", ma siamo incapaci di spingere lo sguardo al di la' di un certo confine, come il cavallo che ha i suoi paraocchi. Lo yoga rappresenta una reazione spontanea ai nostri bisogni spirituali inconsci. Riesce a stimolare nel subconscio le sue necessita' interiori ed a condurre alla realizzazione ed al compimento. Vien detto che riesce a creare un bisogno spirituale dinamico che diviene una spinta motivazionale ad ogni attivita' umana in vista del contatto con la Realta' ultima. Ricordiamoci di Sant'Agostino quando diceva: " Ci hai creato per te ed il nostro cuore restera' senza pace sino a quando non si riposera' in Te." Secondo Vyasa - il grande interprete e commentatore dello yoga - il termine yoga si identifica con "samadhi". Benche' in senso stretto possa venire definito come una filosofia, una psicologia, una religione esso resta al di sopra di tutto questo. Rappresenta un'azione attraverso la quale il rapporto empirico del soggetto con l'oggetto viene trasceso, e nella quale la coscienza pura - ossia, il potere che adombra la mente (chit-shakti), l'essenza trascendente – si esprime in se' medesima. Il sistema yoga di Patanjali rappresenta l'aspetto pratico della filosofia Samkhya. E' pure la filosofia della psicologia e della sperimentazione. Esige, come ogni scienza, un pratico metodo di analisi ed una sintesi dell'universo fisico e metafisico. In un modo o nell'altro, lo yoga e' presente in tutti i sistemi filosofici dell'India. Ogni forma di conoscenza deriva da tre procedimenti: 1. Un'accurata sperimentazione 2. Un'osservazione precisa e critica 3. La nascita di una teria conseguente ai processi di induzione e di deduzione. I primi due processi sono analitici; il terzo appartiene alla categoria della sintesi. E' cosi' che lo yoga pone l'accento sull'analisi e sulla sintesi dello sperimentare. Include ogni filosofia, con tutte le sue facoltà ed i suoi metodi. E' adatto alla persone normali, quelle per le quali risulta chiaro che: " Il Se' non puo' venire raggiunto dai deboli" e " Lo yoga esige moderazione in ogni cosa"; e così di seguito... Il sistema dell'Hata Yoga fa dell'equilibrio fisico e psico-mentale una base obbligatoria. L'unione della coscienza individuale con Purusha, la Coscienza Pura , puo' realizzarsi a seguito di due sistemi: il sistema che si identifica allo Samkhia dualista viene chiamato Yoga dello Samkhya. Secondo la concezione dualista di questa filosofia esistono venticinque elementi metafisici. Arrivare a conoscere questi elementi porta alla liberazione; ossia, alla soppressione dell'identita' con la coscienza individuale, con la materia e con il mondo materiale. Il Samkhya non dualista e' identico al Vedanta. Il sistema che ne deriva viene chiamato lo Yoga-Vedanta. L'analisi psicologica inizia attraverso delle esperienze dualistiche e culmina nella conoscenza non dualistica. Lo yoga e' comune sia al Samkhya che al Vedanta. Patanjali rappresenta la piu' eminente personalita' e la maggiore autorità sullo yoga. Conosciamo tre sue grandi opere. -
Un brillante commentario sul trattato di grammatica sanscrita di Panini -
Chakra - uno studio sulla medicina -
I Sutra Yoga, o Aforismi sullo Yoga. Tutte le tre opere posseggono una relazione tra di esse. Lo studio della grammatica aiuta a purificare la parola, quella della medicina insegna a purificare il corpo, e gli Aforismi sullo yoga l'anima. E noi sappiamo che un corpo sano, un mentale sano, una parola sana creano una personalita' individuale ben formata e perfettamente integrata. La ricerca psicologica ha dimostrato che un parlare difettoso non e' casuale. Nasce da radici profonde che attengono allo sviluppo mentale dell'individuo. Farfugliare o balbettare, ad esempio, sono vizi che emergono in seguito ad un vivo coinvolgimento emotivo. Il mondo della medicina ammette che la maggior parte delle malattie sono di natura psicosomatica. Nel sistema della medicina ayurvedica il corpo, la mente e l'anima vengono considerati una sola unità. Ne consegue che, seguendo rigorosamente la tradizione, Patanjali ha coordinato sistematicamente ogni disciplina yoga. Patanjali ha raccolto quasi duecento Aforismi sullo yoga. Essi sono suddivisi in quattro parti. Il primo capitolo tratta della natura e della finalità del samadhi. Il secondo, del mezzo di raggiungere il samadhi attraverso il Kriya Yoga. Il terzo, descrive i poteri sovrannaturali che si possono acquistare attraverso la pratica dello yoga e del samadhi. Infine, nella quarta parte studiamo l'analisi psicologica e la natura della liberazione spirituale. Il problema dell'uomo non risiede in una sua presunta incapacita' di raggiungere lo scopo. L'anima umana possiede una disposizione innata a riunirsi all'Anima Suprema. In effetti, la sua complessa situazione e' provocata dalla mente. Si puo' difatti leggere nel Purana Vishnu: " Il mentale, in verità, e' la causa prima dell'asservimento e della liberazione dell'uomo. Essere attaccati alle cose conduce - si dice – alla schiavitu'; esserne distolti alla libertà." E' attraverso la mente illuminata dal trascendente che si realizza la trasformazione della natura umana. Questo concetto forma il tema centrale dello yoga. Parliamo quindi di questo tema centrale. E, per iniziare, cerchiamo di conoscere un po' la natura della mente. La mente e' un corpo sottile celato dall'organismo grossolano; proprio come se il corpo fisico fosse la crosta esterna di quello mentale. E poiche' la mente ed il corpo sono legati in modo intimo, essi si influenzano reciprocamente. Per tale ragione una malattia fisica si riflette spesso sul mentale ed una turba, una tensione di quest'ultimo sulla mente. Dietro la mente risiede lo Spirito, l'Essenza reale dell'uomo. Il corpo e la mente sono materiali. Solo Purusha, lo Spirito, e' pura coscienza. Il mentale, di conseguenza, e' ben distinto dallo Spirito. Tra la materia e la mente la differenza si esprime solo a livello di vibrazioni. Il mentale, al suo scalino inferiore di vibrazioni, e' chiamato materia. La materia, nella sua gamma superiore di vibrazioni, e' detta mentale. La materia e la mente sono ambedue governati dalle stesse leggi del tempo, dello spazio e della causalita'. Dunque, essenzialmente, l'uomo non e' il mentale; egli e' l'Anima reale, lo Spirito. Lo Spirito permane immutevole, immobile, eternamente perfetto. E' Pura Coscienza. Di conseguenza, resta del tutto indifferente alle cose di questo mondo, alle perdite ed ai profitti, alle gioie ed alle pene, alle commedie ed alle tragedie. Solo quando dimentica la propria natura lo Spirito viene coinvolto nella partecipazione alla gioia della vita. Ma, appena si ritrova allo stato originale della realizzazione del se', risplende della sua intrinseca gloria, del tutto indifferente alla danza cosmica di Prakriti, la Natura. Sebbene la mente non sia un agente libero i suoi poteri sono semplicemente meravigliosi. E' grazie ad essi che, ad esempio, l'uomo diviene capace di frammentare l'atomo invisibile e di liberarne la potenza per dei fini buoni o malvagi. E' sempre grazie ad essi che molti santi e molti uomini saggi hanno realizzato ed ancora realizzano la natura reale della propria Anima e divengono degli illuminati.. Ogni opera che oggi l'uomo ha compiuto e' dovuta solo ai suoi poteri mentali! Non vediamo che la mente e' onnipresente? Ogni mentale singolo e' un frammento di quello universale. Ogni individuo e' unito agli altri e, ovunque egli si trovi, puo' vedersi, come in Internet, in comunione con il mondo intero! L'Upanishad Katha ci dice: " Lui radia ed ogni cosa radia. Attraverso la sua luce ognuno si manifesta in diversi modi." La sorgente di ogni luce e' lo Spirito Supremo, la pura Coscienza. Quel che chiamiamo anima individuale - l'anima consapevole dell'essere vivente - e' identica allo Spirito Supremo, la pura coscienza. E' lo scintillio di questa pura coscienza che manifesta tutto, attraverso i tempi. Il mentale, composto di materia sottile, e' trasparente e molto prossimo all'Anima Universale. Di conseguenza, e' lo strumento interiore dell'Anima Universale, che conosce. Non e' la sorgente della luce. La coscienza non e' inerente al mentale. Riceve la sua radiazione dall'Anima che conosce, di cui e' lo strumento interiore, e che illumina tutto, compresa la stessa luce fisica. Malgrado non possegga una luce propria, la mente sembra essere luminosa. Benche' sembri conoscere, il mentale non e'colui che sa, ma soltanto lo strumento della conoscenza. E' grazie e solamente alla coscienza che esso ne rappresenta lo strumento. Assumiamo la nostra esperienza come esempio. Sappiamo che la nostra mente rimane distinta dai nostri organi e dal nostro corpo. Possiamo pensare, essere sensibili, volere, immaginare, ricordarci, gioire, rimpiangere..e tutto ciò senza utilizzare i nostri dieci organi. Il fatto non prova che esiste uno strumento interiore distinto, che serve a rendere possibili le suddette funzioni? L'Upanishad Brihadaranyaka spiega: Si dice: " La mia mente era altrove..non l'ho visto" - oppure: " La mia mente era altrove, non l'ho sentito". E' attraverso la mente, allora, che si vede e si sente. Il desiderio, la determinazione, il dubbio, la fede e la volonta' di aver fede, la stabilita' e l'instabilita', la vergogna, l'intelligenza e la paura, tutto cio' altro non e' che la mente. Persino quando si provano emozioni si sa, in qualche modo, che lo si fa attraverso la mente. Ecco perche' essa esiste. Essa ha il potere di farci rivolgere verso il suo interno.Come, difatti, ben sapete noi possiamo analizzarla e vederne ogni processo. La psicologia indiana accorda al mentale tre costituenti, tre livelli, quattro funzioni e cinque condizioni I tre costituenti. Risulta evidente che la mente non si trova sempre in uno stato uniforme. Il fatto e' dovuto a tre forze indipendenti, chiamate i gunas: sattwa, rajas e tamas. Qualita' che ritroviamo, poi, nei costituenti basilari dell'intero universo fisico e mentale. -
Sattwa rappresenta il principio di equilibrio, che conduce alla purezza, alla conoscenza ed alla gioia. -
Rajas e' il principio di mobilità, che trascina verso l'azione, il desiderio e l'agitazione. -
Tamas e' invece il principio di inerzia, il cui effetto e' l'inattivita', la passivita', la menzogna. -
Tamas costringe la mente a involversi verso un livello inferiore. Rajas la rende dispersiva ed agitata. Sattwa le fornisce una direzione superiore. La Panchadasi definisce molto bene gli effetti dei gunas: " Il non-attaccamento, la capacita' di perdonare, la generosita', ecc.. sono prodotti da Sattwa. Il desiderio, la collera, l'avarizia, ecc., da Rajas. La letargia, la confusione, la sonnolenza, ecc.., da Tamas." Quando e' sattwa a predominare nella mente si acquisisce del merito. Quando lo fa rajas, nasce del demerito. E quando entra in azione tamas, non si produce ne' merito, ne' demerito, e la vita intera viene sciupata in un nulla di fatto. La mente individuale viene orientata dalle differenti combinazioni e permutazioni di questi tre gunas. Ed ecco cosa giustifica le diversita' esistenti tra gli uomini e la natura mutevole di essa. Non affermiamo spesso: "Ho cambiato parere"? E come sarebbe possibile cio' se la natura della mente fosse fondata solo sull'unitarieta'? Le persone , allora, rimarrebbero per l'intera vita identiche a come si trovavano alla nascita.Non apparirebbe alcuna intelligenza superiore, brillante, o inferiore. I tre livelli. I termini "coscio" e "inconscio" ci sono famigliari. Indicano i diversi livelli in cui opera la mente. Nel livello cosciente ogni azione e'solitamente accompagnata dal sentimento di egoismo. Nel piano subconscio e' assente il senso dell'egoismo. Un livello superiore nel quale la mente riesce ad esprimersi - e che e' ben conosciuto dagli yoghi - e' quello del super-conscio. Anche qui il senso dell'egoismo rimane assente, poiche' essa si trova al di sopra della coscienza relativa. Tuttavia, esiste un enorme differenza tra lo stato supercosciente e quello subconscio. Quando gli stati mentali passano oltre il livello della coscienza relativa, essi fluiscono nella supercoscienza; ossia, nel samadhi. Qui, la mente si ritrova nel suo stato più originale. Codesti tre stati, tre piani - conscio, subconscio e superconscio - appartengono tutti ,alla natura mentale. Sono i tre livelli attraverso i quali essa evolve. Le quattro funzioni. Nel suo aspetto funzionale, il mentale possiede quattro facolta': manas, buddhi, ahamkara e chitta. -
Manas e' la precipua modificazione dello strumento interno (antahkarana), che analizza i pro ed i contro di ogni situazione. -
Buddhi e' la modificazione dello strumento interno, che possiede una facolta' di determinazione. -
Chitta e' la modificazione dello strumento interno, che agisce da memoria. -
Ahamkara e' la modificazione dello strumento interno che possiede la caratteristica dell'autocoscienza. Le quattro caratteristiche intervengono in qualunque funzione percettiva esteriore. Si seguono e si stabilizzano con potere istantaneo. Il mentale si manifesta attraverso cinque condizioni: disperso, oscuro, raccolto, unificato e concentrato. Ascoltiamo i chiarimenti di Swami Vivekananda: " La forma dispersa e' attività. Essa tende a manifestarsi sotto l'aspetto del piacere o del dolore. La forma oscura e' debolezza, che spinge verso il male. Nella forma raccolta la mente lotta per darsi una centralita'..." Il commentatore sa che il terzo aspetto esaminato e' pertinente agli dei ed agli angeli; mentre, il secondo appartiene ai demoni. La forma unificata appare quando la mente tende a concentrarsi, e la forma concentrata e' quella che conduce al samadhi. Le condizioni medie della mente sono l'oscurita' e la dispersione. Nell'oscurità , ci si sente appannati e passivi. In quello disperso, agitati. Ma, attraverso la disciplina yoga, la mente riesce a divenire "unificata" e "concentrata". Un manager industriale dalla mente concentrata riuscira' a fare prosperare i suoi affari. Un musicista senza la mente concentrata non riuscira' ad esprimersi nelle migliori condizioni; uno scienziato necessita assolutamente di questa condizione per giungere alle sue grandi scoperte. Ed e' soltanto attraverso la pratica e lo sviluppo della meditazione che la mente potra' raggiungere lo stato di pura concentrazione. In tal caso, e solo in tal caso, la supercoscienza potra' venire toccata. Senza dubbio, sarete interessati a sapere cosa accade realmente in colui che ha raggiunto lo stato di supercoscienza: il samadhi. Il primo effetto - quando si realizza tale stato - e' di sentirsi al di sopra dei bisogni che l'attività patogena del corpo produce. Infatti, ogni tendenza al compiacimento fisico svanisce per incanto. Si vive una gioia incommensurabile; la gioia che scaturisce dalla liberazione definitiva dalla schiavitu' del corpo. Le Upanishad dicono: " Ogni nodo del cuore viene sbriciolato, ogni dubbio svanisce, gli effetti delle azioni sono annichiliti, una volta che egli ha visto Dio, la piu' alta di ogni vetta." Quando sentiamo dire che la felicità della Realizzazione puo' venire misurata, ebbene abbiamo in diritto di chiederci in che grado cio' corrisponda al vero Nelle Upanishad Taitteriya, un calcolo ed una misura della felicita' di Brahman sono cosi' descritti: " Immaginate un giovane uomo, dotato di tutta la conoscenza; il migliore dei sovrani, dal corpo sano e dallo spirito forte, e supponete che egli possegga il mondo intero con ogni sua ricchezza. Cio' vi dara' la misura della felicita' umana. E questa felicita' umana, moltiplicata per cento volte, da la misura della felicita' dei gandharvas (i super-uomini)..." E l'Upanishad prosegue, moltiplicando le felicità...e conclude: " Colui che risiede, qui, nell'uomo e abita, la', nel sole, sono Uno. Chi conosce questa verita' ha raggiunto la felicità eterna." Dopo di cio' si potra' avere una idea dell'estensione, della profondita' e dell'intensita' di quanto prova uno yoghi perfetto e felice. Ma, non ci spaventa questo stato di coscienza invisibile ed immaginata? La morte non ci insegna a perdere tutto cio' che possediamo? Si', e' proprio qui il timore dell'uomo non illuminato. Tuttavia, chi conosce il reale e' del tutto libero da ogni tipo di paura. Un'assenza di timori assoluta, indistruttibile. L'Upanishad afferma: " Egli diviene un essere senza alcuna paura, perche' ha ottenuto una nicchia in quel supporto privo di supporti, invisibile,incorporeo, indefinibile.." Tra tutti noi, qualcuno certamente esiste che non sia particolarmente interessato alla vita spirituale. Egli preferisce perseguire intelligentemente lo scopo del massimo profitto nella sua esistenza. Ebbene, se, malgrado tutto, egli proseguira' i suoi sforzi sino alla logica conclusione, potra' trasformarsi in cercatore della conoscenza sperimentale degli stati superiori che abbiamo descritto. Raggiungere l'illuminazione yoga in questa stessa vita porta come risultato: 1. la cessazione di ogni eccitamento fisico 2. lo svanire di ogni dubbio 3. la realizzazione di un potere infinito 4. la realizzazione di una gioia illimitata 5. la scomparsa di ogni timore 6. La realizzazione di qualunque meta contemplata dallo yoghi. Sforziamoci di comprendere il messaggio dell'Islam, annunciato dal Corano: " O, credente, temi Dio. Desidera l'unione con Lui. Lotta sinceramente sulla via che può condurti alla felicità. Nessun'anima conosce quelle gioie degli occhi riservate al saggio, in ricompensa ai suoi sforzi." Ecco che, malgrado le loro diversita', tutte le religioni promettono questa unione con la gioia ultima ed eterna. Ed anche la semplice descrizione di questa gioia, che puo' offrirci tuttavia solo un minima idea di tanta esperienza, rappresenta una salutare brezza per la mente. Concluderei la mia lunga introduzione ai "Sutra Yoga" di Patanjali con la storia di un grande yoghi, che li ha commentati. Sadashiva Brahmendra era un brillante studioso. Un giorno, mentre se ne stava occupato a dibattere con passione i concetti della filosofia non dualista, il suo Guru lo esorto' ad osservare il silenzio ed a meditare. Sadashiva, di conseguenza, divenne silenzioso e prese a meditare, dimentico del mondo attorno a lui. Inizio' a vagabondare, completamente nudo. Mentre stava assorto sulle rive di un vasto fiume, ecco che venne afferrato dalle onde e sepolto sotto una spessa quantita' di sabbia, sotto la quale resto' per diverse settimane. Lo ritrovarono solo per caso. Vivo e radioso come prima. Un'altra volta, senza rendersene conto, entro', sempre completamente nudo, nella tenda dello Zenanal di un Nawab. Costui, furioso, gli trancio' il braccio destro. E quando si accorse che Sadashiva restava completamente indifferente alla ferita che gli aveva inflitto, rimase stupefatto e gli chiese perdono. Allora, Sadashiva si tocco' il moncherino con la mano sinistra e fece nascere un nuovo braccio! Ben altri racconti vengono narrati sulla vita di questo grande yoghi. Riprenderemo prossimamente lo studio dei Sutra, riferendoci anche ai commentari di Sadashiva. |
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 26 Maggio 2008 17:51 )
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