Meditazioni

Lo scopo della vita è quello di realizzare il Divino e rimanere immersi nella contemplazione del Divino. Solo il Divino è reale, ogni altra cosa è falsa.

Sri Sarada Devi

 

Notizie
Swami Veetamohananda - Cos'è un mantra? PDF Stampa E-mail
Scritto da administrator   
Lunedì 26 Maggio 2008 18:22

Il mantra è conosciuto come il fenomeno sonoro che ha sempre salvato il suo praticante, il quale grazie alla pratica yogica ha completamente compreso il suo scopo segreto ed è quindi convinto che “esso mi salverà”.

Il mantra è la manifestazione sonora dell’essere o essenza divina, espressione della coscienza pura, così ne parlano i testi sacri.

Secondo la dottrina del Mantra Yoga, l’universo è l’espressione di diversi generi di vibrazioni, energie e di diversi stadi di coscienza. Le scoperte scientifiche, nello specifico chimica e fisica, ci informano che l’intero universo è formato da una massa indivisibile di atomi solidi espressioni di diverse energie, di vibrazioni diverse.

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 26 Maggio 2008 19:05 )
Leggi tutto...
 
Swami Veetamohananda - Lo yoga in ogni giorno della vita PDF Stampa E-mail
Scritto da administrator   
Lunedì 26 Maggio 2008 18:12
La vita è una continua interazione tra l'individuo e il cosmo, tra l'intima natura e la natura esterna. L'interazione assume varie forme, di cui la più importante è la soddisfazione dei bisogni umani. I bisogni degli esseri umani sono illimitati e si possono riassumere così:

- Esistere

- Conoscere

- Ricavare piacere.

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 26 Maggio 2008 19:05 )
Leggi tutto...
 
Swami Veetamohananda - Valori spirituali per vivere la vita reale nel mondo d'oggi PDF Stampa E-mail
Scritto da administrator   
Lunedì 26 Maggio 2008 18:06
Il nostro mondo attuale ha raggiunto sorprendenti sviluppi nella scienza e nella tecnologia.

E’ un processo costante di cambiamento, crescita, miglioramento e espansione.

Tutto questo e’  guidato dai valori estrinsechi.

Gli esseri umani devono adattarsi o aggiornarsi a un ambiente sociale instabile. Il nostro Ambiente e’ una rete estremamente complessa di relazioni interpersonali controllate da diverse forze psicologiche, economiche, sociali e politiche.

Dato che queste forze stanno cambiando costantemente diventa un lavoro molto difficile stabilire un equilibrio con l’ambiente sociale circostante. Quanto più meccanica, industrializzata, urbanizzata e sofisticata diventa la società umana tanto più cresce il problema dell’adattamento.

Uno degli scopi più importanti dei valori e’ quello di aiutare una persona a adattarsi alla società della quale fa parte. Nel contesto dei valori estrinsechi si cerca questo adattamento attraverso la manipolazione di fattori esterni; uomini e materiali.

Insegna alla persona come guadagnare più soldi utilizzando macchine. Insegna all’uomo come salire nel suo status sociale manipolando gli altri, come guadagnarsi l’approvazione della gente essendo ben educato, usando tatto etc. E’ forse così che la gente finisce nel collettivismo  o nel comunalismo?

La gente pensante capisce adesso che questo genere di adattamento esterno e’ uno sforzo senza fine e futile. Inoltre ci conduce solo all’impoverimento della vita interiore, alla non realizzazione e ad una vita priva di significato.

La società civile non esiste solo per vivere, ma per vivere bene. I profeti hanno sottolineato attraverso tutta la storia dell’umanità’ la necessità di valori intrinsechi.

I valori intrinsechi riconoscono l’importanza dell’individualità’ tanto nello sviluppo come nell’adattamento. Questo si raggiunge attraverso la trasformazione della consapevolezza,

mentre i valori estrinsechi ignorano l’individualità’ il loro unico scopo e’ il raggiungimento del successo e non il miglioramento dei valori umani o l’arricchimento della personalità.

 

Cosa vogliamo dire con successo? Il successo competitivo! Una persona di successo e’ quella che riesce a competere con successo con gli altri. Nella lotta per l’esistenza dell’ego, trionferà la persona con l’ego più forte e più spietato. Si, noi diciamo che la competitività è un processo necessario nell’evoluzione umana. Riusciamo a vedere che la competitività crea ansia e attaccamento ad oggetti  non permanenti e conduce all’impoverimento, e al senso di mancanza di significato e al vuoto?

Per vivere una vita reale una persona deve innanzitutto raggiungere un alto grado di  auto soddisfazione e arricchimento della personalità. Tutte le persone altamente creative, come i poeti. I romanzieri, gli scienziati, i musicisti e personalità spirituali si svelano attraverso il loro lavoro creativo per l’arricchimento comune dell’umanità. Lo fanno come un auto sacrificio. L’arricchimento della personalità e l’auto realizzazione e’ quello che si chiama l’auto aggiornamento.

Cerchiamo di analizzare i possibili valori accettabili per noi per diventare individui completi.

1)     Fiducia in se stessi

Questo vuole dire essere quello che realmente siamo, vivere senza maschere. Non e’ vero che facciamo finta di essere più intelligenti, più colti, più virtuosi, più felici, più ricchi di quello che siamo realmente? Non sono queste delle maschere illusorie o quello che si chiama Maya nel linguaggio di Vedanta? Non e’ vero che queste maschere non ci lasciano conoscere la nostra vera natura? Sviluppiamo quindi la fiducia in noi stessi buttando tutte le maschere e diventando degli esseri reali.

2)     Abbiamo bisogno di avere fiducia nelle nostre capacità.

Dobbiamo avere fiducia nel nostro organismo, corpo e mente, e dirigere tutti i nostri poteri verso aspirazioni più elevate. La mancanza di fiducia in noi stessi blocca i canali della creatività e ci fa sprecare molta energia in sforzi futili e posizioni di autodifesa.

Questa e’ la ragione per la quale Swami Vivekananda sempre ha incoraggiato la gente dicendo “ Abbiate fiducia in voi stessi” .

3)     Integrazione della personalità

Uno dei problemi maggiori dell’uomo moderno e’ l’alienazione. L’alienazione del suo processo del pensiero dei suoi sentimenti, l’alienazione del suo lavoro dalle sue aspirazioni più profonde e l’alienazione della sua parte inferiore dalla parte più elevata.

Dobbiamo annientare queste alienazioni per poter diventare una persona integrata. I conflitti, le situazioni critiche, le frustrazioni e i tradimenti ci distruggeranno senza alcun dubbio. Ma una personalità integrata non subisce mai la tortura!

4)     Il risvegliare gli ideali e valori spirituali deve diventare il centro della nostra vita.

Dobbiamo aprirci a questo processo di risveglio attraverso l’introspezione, l’autoanalisi, la compagnia di aspiranti spirituali, lo studio di materie spirituali, la ripetizione di formule sante, la meditazione regolare etc.

5)     Possiamo essere creativi? La creatività non e’ un’attività’ isolata.

Parliamo della conversione della nostra intera esistenza in un canale per l’energia creativa della vita universale. La creatività non e’ l’adattamento alla vita esterna. Essa e’ la conversione della nostra vita esteriore in un’espressione della nostra vita interiore. E’ l’autoaggiornamento o l’autorealizzazione.

6)     L’autoaggiormento esige prosperità materiale e sviluppo della personalità.

Diversi programmi sono diretti dalla missione Ramakrishna per aiutare le persone ad affrontare le sfide che gli aspettano.

Tutti i programmi sono senza distinzioni di razza, colore, casta o status. Gli esseri umani sono trattati come esseri divini.

Programmi:

1)     Medici: aiuto per problemi fisici e mentali

2)     Educazione: costruzione della personalità con educazione generale.

3)     Programmi di assistenza per donne: educazione, training per lavoro e costruzione del carattere.

4)     Programma di assistenza per giovani: sviluppo della personalità attraverso programmi e attrezzature moderne.

5)     Lavoro per lavoratori rurali e tribali; aiuto in tutti i campi; educazione sulla sanità, piccola industria, marketing etc.

6)     Educazione per l’autosufficienza, training per lavoro.

7)     Contatto di massa: attraverso unità sanitarie mobili, letture morali e spirituali, lezioni e corsi di training.

8)     Lavoro spirituale e culturale: pubblicazioni di libri spirituali, giornali etc.

Questo autoaggiornamento e’ quello che da’ senso alla vita.

Lo sviluppo e l’autoaggiornamento ordinario reca danno solo al corpo e alla mente.

Noi dobbiamo scoprire il vero noi. Il vero noi si trova oltre il processo del pensiero ordinario.

Solo si può raggiungere trascendendo la mente. Il vero noi e’ intrinsecamente libero auto luminoso e pieno di felicità. E’ il noi quello che fa nascere la nozione della libertà.

L’autoaggiornamento, anche se importante, non  libera l’anima e non soddisfa la sua necessità inerente alla libertà. La libertà completa si raggiunge solo attraverso l’autorealizzazione: questo vuole dire che l’io dell’individuo e’ una parte inseparabile dell’io cosmico.

Solo attraverso l’autorealizzazione possiamo vivere  la solidarietà basica della creazione e capire la vera base dell’amore, la bellezza e la fraternità universale!

Traduzione di Gabriella Fubini, Centro RKM Vedanta Lila

 

 
Swami Veetamohananda - L’origine e il significato dei Mantra PDF Stampa E-mail
Scritto da administrator   
Lunedì 26 Maggio 2008 18:02

L’ultima Realtà, Brahaman, era all’inizio. Uno senza secondo. Poi volle moltiplicarsi e si divise Essa stessa in nomi e forme per Sua volontà, per realizzare il Suo disegno.” Ecco ciò che dice il Vedanta. Una forma esiste, ha un impatto sulla nostra coscienza e dà la felicità. Brahaman si esprime in quanto diritto d’esistere, di brillare, d’illuminare le nostre intenzioni, di dare gioia, e questo si chiama “Satchitananda”, Esistenza, Conoscenza e Felicità Assolute.

Nel processo d’evoluzione, il nome precede la forma. Non è come se creassimo qualcosa per darle poi un nome. L’intuizione di ciò che sta per essere creato e prende forma è già nel cuore del suo creatore sotto un nome come vibrazione o pensiero che ha scelto la sua espressione futura sotto una forma o un’altra; come potere che dona vita alla forma e la fa esistere. Non troviamo la stessa cosa nel Vangelo di san Giovanni? Non è detto: “il Verbo si fa carne; il Verbo era con Dio; il Verbo era Dio ed era tra noi”? Così si indica bene qui il potere creativo del Verbo.

 

Dunque, il potere spirituale della forma è nel nome che, anche prima della creazione di una forma è sotto la forma sottile di una vibrazione nello spirito di colui che crea. E il potere spirituale del nome è nel Verbo. Il Verbo è il suono impercettibile, la vibrazione primordiale, lo stato di Realtà prima della manifestazione. Questa vibrazione è il Verbo, il Verbo che penetra negli uomini e negli dei e in tutta la creazione. Quella vibrazione è identificata con la sillaba sacra OM. E OM esisteva prima di tutte le lingue. È la sorgente di ogni sapere.

 

Dopo la teoria vedantica della creazione, il mondo fu creato a partire dalla vibrazione OM. In sanscrito si chiama anche Vac o Parola. Quando dall’unica e ultima Realtà è nato il desiderio di manifestarsi, c’è stata la prima vibrazione. A quello stadio la Realtà si esprime nell’universo sotto la sua forma sottile. Poi la vibrazione prende forma, diventa un nucleo ed è così che nasce la volontà cosmica che più tardi si moltiplicherà in miriadi di volontà individuali.

 

E’ perciò la OM che è la sorgente del nostro essere e il potere che si trova dietro ogni pensiero ed ogni fatto e gesto.

 

Tecniche yogiche spiegano che ci sono quattro tappe ben definite nella manifestazione del Verbo.

 

Il primo stadio è conosciuto in quanto Ultimo, o Para. E’ lo stadio in cui il Verbo diviene cosciente di se stesso e della manifestazione dell’Universo allo stesso tempo. Il secondo stadio è conosciuto con il nome di Pasyanti, o colui che vede. Questo significa che il verbo si vede nella sua sottigliezza, cioè che il senso concepisce una forma per se stesso. A questo stadio, il Verbo e la forma sono ancora nella loro forma sottile. E’ lo stadio che ci interessa particolarmente per comprendere come è apparso il nome. Ne abbiamo coscienza, ma invertiamo l’ordine delle cose. Immaginate che ci sia qualcosa davanti a noi e che vogliamo darle un nome. Contempliamo l’oggetto, lo interiorizziamo e lo portiamo allo stadio dove il pensiero o la certezza dell’oggetto e della sua forma sono identiche. A partire dal momento in cui il pensiero e la forma si sovrappongono appare il nome, perché in quel momento la nostra mente contemplativa è delle più creative.

 

Il terzo stadio nella manifestazione dell’OM, o Verbo si chiama manifestazione media (Mandhyama). E il quarto stadio è la parola o discorso (Vaikari) che si riferisce ai diversi oggetti del mondo. Il Verbo che è all’origine della manifestazione cosmica e il Verbo che è alla sorgente dell’Essere e dell’umanità sono la stessa cosa. E’ così che il macrocosmo e il microcosmo sono Uno in essenza. E’ il Verbo che crea ad ogni istante, come una fonte inesauribile di nomi e forme. E’ la stessa vibrazione che crea il pensiero, la parola e l’azione nell’uomo. La vibrazione non conosce riposo, è un perpetuo dinamismo. Quando ci svegliamo al mattino, sentiamo che il mondo è nuovo fin dal nostro risveglio. Possiamo dire che il verbo ( o Eterno Dinamismo) era rimasto assopito in noi? -–Si, haaTutti e due, nomi e forme, sono creazione. Ein quanto fenomeno eterno. scelto egli stesso la dissoluzione. E’ una specie di riposo spirituale. Quando ci siamo svegliati e siamo attivi, il mondo non comincia esistere? Non è il potere vibratorio della Parola che ci ha condotti all’esistenza? Nel sonno è come se la Parola fosse assopita; i suoi nomi e le sue forme non fossero accessibili, ma allo stato di veglia le percepiamo. quando la creazione ha delle ripercussioni sulla nostra coscienza, diciamo che il mondo comincia. E’ il Verbo primordiale nell’uomo che riempie il mondo ad ogni istante

 

E’ così che la parola nell’uomo crea il mondo dei nomi e delle forme. L’uomo dà un nome e una forma, perfino a Dio, a Dio che è senza nome e senza forma. Un mistico sufi dice: “Non Ti ho dato un nome e non Ti ho chiamato, non Ti ho per tanto tempo tenuto occupato dandoTi un nome? ChiamandoTi Allah, dicevo: io sono là.” La separazione dal cielo e dalla terra ha fatto nascere le forme. La parola che è alla base dell’essere umano è la sorgente di tutti i nomi e di tutte le forme. Vivendo in accordo con questa armonia universale, l’uomo continua a essere immagine di Dio o a assomigliargli.

 

Invece, l’uomo si aliena e si allontana da quell’armonia universale in diversi modi. Quando ammiriamo qualcosa, noi lo diventiamo; cercando di rendere artificiali le nostre vite, ne distruggiamo il germe e impediamo le possibilità future.

 

Per creare ,dobbiamo rompere le strutture antiche che erano state fissate per rispondere ai bisogni del mondo. Per creare abbiamo bisogno della forza d’unità e servircene in modo originale, nuovo. La distruzione e la creazione sono gli aspetti essenziali di un processo creativo. Un saggio creativo ricorre a due piani di coscienza simultaneamente. Ha un atteggiamento scettico in modo giusto nei confronti di tutti i dogmi e assiomi esistenti e un’apertura di fronte ad ogni nuova esperienza Da questa combinazione nasce la capacità fondamentale di ricostruire. Perché dopotutto dà una nuova forma a qualcosa che già esiste. Agendo così, distrugge la primitiva ammirazione che era la sua. La razionalità che spezza in mille pezzi l’intuizione prima e l’intuizione che ricostruisce, tutte e due sono implicate in ogni creazione: artistica, scientifica, religiosa. La razionalità e l’intuizione costituiscono la trama della scienza. Per creare qualcosa di nuovo, ciascuno deve essere integrato nella sua forma originale, in tutta la sua purezza. Un saggio così deve avere intuizioni elevate Il mondo è uno specchio che riflette la mente della Realtà creativa, ad ogni stadio d’evoluzione e d’impulsi creativi, dal primo movimento come vibrazione fino all’ultimo stadio, quello delle forme concrete.

 

L’uomo vuole essere certo che crea dal nuovo e la scienza ne è il risultato. Ed è questa certezza che dà all’uomo la novità. L’uomo vuole anche mantenere la sua attitudine di pura ammirazione verso le cose e la loro essenza più profonda. La religione risponde a questo bisogno. Ma perseguendo queste attitudini non facciamo troppo? La nostra ricerca si orienta sempre verso l’aspetto dell’essere? O abbiamo perduto il contatto con la nostra realtà più profonda, col nostro essere essenziale. Ciò che risveglia quel contatto con la nostra interiorità, che dà prima piacere e poi ci avvicina al nostro essere è l’Arte con la sua bellezza. Il mondo sembra già stanco di religione; forse si stancherà presto della scienza? Allora è probabile che si rivolgerà all’arte che provoca un rivolgimento della nostra visione, dall'esterno all'interno, in presa diretta con la bellezza.

 

Lo sapete bene, viviamo in un mondo di forme, belle o brutte. Quello che è bello per me può non esserlo per un altro. La bellezza è la gioia di spezzare tutte le regole. Come un mago che fa uscire dal suo cappello migliaia di cose, l’uomo estrae dalla perfezione che è nel suo cuore migliaia di forme di bellezza e quelle forme risvegliano di nuovo l’intuizione e così di seguito… Forme musicali, forme di pensiero, forme artistiche, ecc. sono in perpetuo movimento rinnovate senza posa. Nessun artista è soddisfatto di ciò che ha creato . Ogni artista ha strappato le sue prime opere prima di arrivare alla forma finale con cui percepisce il mondo. Non è mai una forma fissa, ma in continuo divenire, una specie di nostalgia. Le forme sono vive, perché rispondono a un bisogno e si rinnovano indefinitamente. E’ ciò che chiamiamo la Bellezza, che è un sentire, un allargarsi verso limiti scoperti di nuovo. E’ un eterno divenire, un flusso di forme verso un ideale sempre in cambiamento: il Senza Forma. Si passa dalla forma all’intuizione, poi si ritorna alla forma. La forma è un intervallo tra l’intelligenza comune e un’intuizione più elevata. Forse porrete la domanda: “La forma deve essere perfetta per risvegliare l’intuizione più elevata?” Niente affatto. Una forma è imperfetta o brutta quando non ci sentiamo uniti con lei, quando la rifiutiamo mentalmente, quando non le siamo appropriati, cioè quando non la amiamo. L’atto di percezione più banale presuppone l’instaurarsi di un'identità perduta tra colui che percepisce e ciò che è percepito. Chi percepisce trasferisce il suo essere a ciò che è percepito e la dualità tra il soggetto e l’oggetto svanisce totalmente. Ogni percezione è una porta aperta a quella identità. Ma non resistiamo a quella identità a causa delle nozioni preconcette delle cose? Non è a causa di quello che vediamo negli oggetti e negli esseri umani bruttezza e imperfezione? C’è una volontà e un’intelligenza nel cuore di ogni forma, così come c’è della bellezza nel cuore di ogni oggetto. C’è un essere nel cuore di ogni forma. Per entrare in contatto con l’essere situato nel cuore delle forme, dobbiamo prima risvegliarci al nostro essere. E non ci sono due esseri, ma un essere. Di solito le vallate e i fiumi non ci impressionano molto. Per noi sono cose senza forma e senza anima. Ma per i poeti e i mistici, hanno non solo un’anima e una forma perfetta, ma anche una personalità e un essere.

 

Il mio Amato è come una montagna,

 

Come la valle solitaria ricca di foglie,

 

Come le isole meditative,

 

Come i torrenti nella loro corsa tumultuosa,

 

Come il mormorio della brezza del sud

 

Che parla d’amore.

 

 

Questi versi sono di Giovanni della Croce. E’ chiaro che i mistici hanno la certezza di Dio come esistenza, conoscenza e felicità. Sono i tre aspetti dell’Essere del Signore. Siccome i mistici sono ben fermi nella certezza del Signore, è facile per loro entrare in contatto con l’essere delle forme esteriori.

 

Sarà ora più facile comprendere la verità vedantica secondo la quale tutte le forme hanno un essere (Sat). Esistere è essere l’esistenza. Una forma esiste, ha un impatto sulla nostra mente, dà la gioia. L’Esistenza, la Conoscenza e la Felicità sono i tre aspetti dell’Infinito. (Brahman).

è nel cuore delle forme; e così le forme esistono, e la felicità irradia. I tre aspetti non sono separati, coesistono nell’Uno. Si rivelano secondo il nostro modo d’integrazione. Sia della felicità con l’esistenza quando qualcosa ci piace, nell’ambito dell’arte, per esempio, sia dell’esistenza con la felicità.

 

Una forma ha della profondità E’ ciò che bisogna comprendere attraverso esistenza, luce e felicità. Al contatto con una forma, abbiamo globalmente un’impressione. E, finchè ne approfondiamo la comprensione, ci si rivelano nuovi aspetti. Può accadere che stabiliamo una relazione emozionale con una forma, talvolta perfino una devozione religiosa o un amore assoluto. Quell’approfondimento della comprensione della forma non è legato a un approfondimento della nostra natura interiore? Più andiamo in profondità in una forma, più vediamo una volontà nel suo seno. Diventiamo uniti alla forma e in quella identità la nostra volontà si scopre e si rafforza.

 

Sappiamo che quando siamo sul piano dell’intuizione spirituale, abbiamo, di una situazione o di una forma, la conoscenza istantanea. Si dice spesso: “ per me, la prima impressione è quella buona” e questo dimostra che è possibile percepire una forma sotto tutti i suoi aspetto, in un solo sguardo. Questo è ancora più vero per una persona spiritualmente avanzata, per un artista creativo, per un poeta, ecc. La loro intuizione non procede per tappe successive, ma come in un flash. Il poeta che vede un uccello in una nube che passa non costruisce l’uccello poco a poco, ma in un lampo. Deve dimenticare ciò che lo circonda e costruire l’uccello in un istante. Distruzione e creazione d’un tratto accadono prima nella mente dell’artista e nessuna creazione può avvenire senza distruzione, senza morte. L’artista o l’uomo ordinario, poco importa, crea tre strati di coscienza – esistenza, conoscenza, felicità – grazie alle quali vede in tutte le forme i tre strati.

 

Nella meditazione profonda, tocchiamo lo strato più profondo del nostro essere e risvegliamo la felicità fino a inglobare gli altri strati. Nella meditazione profonda ogni linguaggio e ogni pensiero sono ridotti allo stato di semenza. E’ vero che le formule sacre, i simboli e le forme sono utilizzate all’inizio nella meditazione, ma non servono che a creare un centro o presenza che si cristallizza come certezza spirituale dove non c’è posto che per la felicità, dove non esiste più nessuna forma. Più la meditazione va in profondità, il simbolo divino, per esempio Cristo o Budda, nome e forma diventano uno e come uno passano nel subconscio. Là resta allo stato di semenza. A questo punto sentiamo la gioia della meditazione toccare la forma sottile. Anche quel supporto scompare quando il centro meditativo passa dal subconscio alla coscienza pura. Nella pura coscienza il mondo della manifestazione è in una forma senza semenza. E quello sfocia in un sentimento di felicità che viene da ogni parte.

Così, nel subconscio, gli oggetti e le forme restano senza semenza. Gli oggetti e il loro nome ( o percezione degli oggetti) restano uniti al subconscio. E’ così nel bimbo piccolo che non parla o almeno che non si esprime a parole. Per il bambino il mondo delle forme non è stato ancora creato, lui non fa differenza tra una matita e un pezzo di cioccolata; li mette in bocca e li mordicchia. Diciamo che non può distinguere le forme, che significa che in lui non è ancora sviluppata l’intuizione. Per lui il mondo degli oggetti è ancora allo stato latente. E’ in questo periodo che si possono dare al bambino valori veri e nuovi che l’aiuteranno a costruirsi. Ecco perché nella tradizione indiana l’educazione del bambino comincia nel seno della madre. Quando il bambino è ben strutturato, una qualunque educazione formale non toccherà in lui che la superficie e non toccherà le basi della educazione ricevuta prima. Sri Chakra è l’esempio perfetto dell’intuizione spirituale: rappresentazione della Realtà nei suoi aspetti statici e dinamici. E’ un simbolo dell’Universo, a volte microcosmo a volte macrocosmo e della sue origine divina. Ci sono due specie di triangolo: il triangolo “ regolare” e il triangolo capovolto. Il triangolo capovolto rappresenta il processo di differenziazione e di diversificazione. Simbolizza l’aspetto dinamico, la Sakti. Il triangolo con la punta verso l’alto rappresenta l’assimilazione, l’integrazione e l’identificazione, l’aspetto statico o dell’Assoluto. Nel primo triangolo, tutto è rifiutato per manifestarsi sotto forma di separazione, polarità e anche opposizione, nel secondo, tutto è ricondotto all’armonia, alla pace, all’unità. E’ al centro che bisogna cercare la chiave di quel processo di armonizzazione. Al Centro si trova un punto dove i due aspetti, Sakti e assoluto si riuniscono nell'indifferenziato. Quel punto è incluso in un triangolo capovolto che rappresenta la volontà, l'azione e il sapere ( Sakti), i tre guna e le tre divinità che li presiedono. I nove altri triangoli sono dei chakra o centri. Questi centri sono governati dalle divinità che presiedono l’attività del mentale, dei sensi e della materia. Si onorano queste divinità per potersi stabilire nella pura coscienza. Ci sono tecniche di meditazione per realizzare questa Realtà Assoluta.

 

Traduzione a cura di Maria Teresa Fogliatti, Centro RKM Vedanta Lila

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 26 Maggio 2008 18:05 )
 
Swami Siddheswarananda - Il posto della Bhagavadgita nel pensiero indù PDF Stampa E-mail
Scritto da administrator   
Lunedì 26 Maggio 2008 17:56
(Prima parte)

Il periodo epico abbraccia circa tre secoli - dal 600 al 300 a.C. - e succede a quello upanishadico. E' allora che si delineano, nel pensiero hindù, due correnti distinte: l'una, ortodossa; l'altra, eterodossa.

La corrente ortodossa riguarda il Brahmanesimo; la corrente eterodossa, la tradizione buddista e jainista.

Gli inni vedici si rivolgono all'Essere supremo; riflettono il desiderio ardente di conoscere la verità che ispirava i grandi rishi. Le upanishad hanno continuato la tradizione vedica; hanno seguito la stessa ricerca, dandole nuovi sviluppi; ma, non sono giunte a condensare il loro pensiero in un corpo dottrinale.

I Veda avevano, in particolar modo, celebrato la devozione verso delle divinità ed evidenziato l'atto sacrificale, attraverso cui l'uomo ha la possibilità di relazionarsi ad esse. I saggi dell'upanishad si sono interrogati sul significato di questi riti, culti e liturgie; si sono preoccupati dei conflitti interiori; nulla è restato fuori delle loro ricerche; la loro critica si è estesa a tutto; i problemi che sempre ossessionarono lo spirito umano sono formulati in maniera netta; per risolverli, questi saggi si rivolgono all'aspetto astratto; si poggiano sulla Conoscenza che, sola, ha il potere di liberare; ma, l'intero pensiero di cui trattiamo resta ancora confuso e presenta, spesso, delle dissonanze e delle contraddizioni.

Di sicuro, troviamo nelle upanishad dei concetti d'una singolare profondità; si rintraccia in esse una libertà poco comune; a volte, un'incredibile audacia. Questi saggi hanno percepito, attraverso dei lampi, la soluzione degli interrogativi principali; ma, non sono stati capaci di far valere la loro scoperta. Di fatto, componendo le upanishad, essi ebbero per obiettivo quello di esporre la loro esperienza personale; non si sono preoccupati di costruire un'opera filosofica, nè di erigere un sistema coerente. Lo spirito di ribellione che li animava, verso ogni forma di devozione, non s'è ancora rappacificato; presto, il Budda riprenderà il lavoro incompiuto.

Si pensa generalmente che il Signore Budda fosse un innovatore; ma, se seguiamo il corso del pensiero hindù, non mancheremo di vedere in lui il continuatore dei saggi dell'upanishad. Egli appcontrastò le credenze ed i riti artenne, anche, a loro, poichè dell'epoca inviene considerato eterodosso, è cui visse. Se il movimento che fondò per la ragione che egli si rifiutò di riconoscere il valore della tradizione; in uno dei suoi ultimi momenti, disse:

" Non è attraverso un dogma che io vi imprigiono, ma nella capacità di trovare il vero, in sè stesso ed attraverso di esso."

Giunge sempre il momento in cui la moltitudine reclama un nuovo aspetto della divinità; il pensiero astratto, allora, non può soddisfare questo desiderio; anche tra l'élite intellettuale che era capace di comprendere questa filosofia, molti non se ne accontentavano più. La grande maggioranza degli uomini, attraverso ogni tempo, ha sentito la necessità di legarsi ad una tradizione e di contemplare un ideale concreto, verso cui la devozione potesse indirizzarsi.

I concetti di atman e di brahman, tanto famigliari all'upanishad, erano inaccessibili alla massa; ed allora si produce una reazione inversa; si prova un irresistibile bisogno; si vuole ascoltare, vedere, toccare un Ideale; l'Essere supremo è troppo lontano; lo si fa discendere in terra; Egli prende forma umana, si fa carne e, da questo momento, la devozione e l'abnegazione dei fedeli trovano il mezzo di manifestarsi liberamente.

E', dunque,per fornire un alimento a questa profonda aspirazione che appare, per la prima volta nella nostra letteratura, il concetto dell'Incarnazione divina (avatara), nelle figure di Rama e di Krishna.

La Bhagavad Gita è uno dei capitoli del Mahabharata; i due termini del titolo significano: il Canto del Beato, e questo poema ci tramanda l'insegnamento, il Vangelo di Sri Krishna. La dottrina filosofica, sparsa nelle upanishad, appare, qui, sistematizzata; e la nozione di Incarnazione, che riunisce in essa l'ideale religioso e degli alti concetti metafisici, assumerà, sia nella nostra letteratura, che nella nostra religione, un ruolo preponderante.

Ho già spiegato brevemente come ha preso nascita questa nuova corrente di pensiero; oggi, presenterò alcuni aspetti della Bhagavad Gita.

Questo poema è stato composto circa 300 anni a.C., ma gli avvenimenti storici ai quali si riferisce si devono situare in un'epoca ancor più lontana; la grande guerra descritta dalla Bagavad Gita ebbe luogo in una data che la critica moderna stabilisce a 1.000 anni prima di Cristo.

Allora, nel nord dell'India, esistevano numerosi Stati autonomi; in uno di questi ultimi, due potenti fazioni si opposero l'una all'altra:

- quella dei Koravas (i discendenti dei Kuru);

- quella dei Pandavas (i discendenti di Pandu)

Il capo dei Koravas si chiamava Duryodhana; quello dei Pandavas aveva ricevuto il soprannome di "Dharma-raja", ed era l'anziano di cinque fratelli, tra i quali dobbiamo citare Arjuna, l'eroe del poema. Tra queste due fazioni nascono incessanti litigi; la guerra è vicina; Duryodhana ed Arjuna implorano, ciascuno per conto suo, la protezione di Sri Krishna. Sri Krishna - lui stesso re di uno Stato vicino - esaudisce la preghiera dei suoi due fedeli; ai Koravas apporta il rinforzo delle proprie truppe; ad Arjuna, offre un aiuto ancor più prezioso; viene, di persona, a condurre il suo carro da combattimento. Le due armate si trovano faccia a faccia, organizzate nell'ordine della battaglia sul campo Kuruksetra (il campo dei Kuru), situato vicino a Delhi; un luoco che riteniamo, da sempre, sacro.

La stirpe dei Koravas rappresenta le forze del male; quello di Arjuna, le forze del bene. Nel momento in cui il combattimento sta per iniziare, Arjuna riconosce nei ranghi avversari del parenti prossimi che gli sono cari; il suo coraggio lo abbandona; lascia cadere le sue armi e grida:

"Mi rifiuto di partecipare a questa guerra. Cosa me ne farei del potere? Se è necessario, per conservare il mio regno, versare il sangue della mia propria famiglia, preferisco divenire monaco e andare a mendicare il mio nutrimento di porta in porta; non partecipo alla lotta, avendo come scusa il pretesto che coloro ch'io debbo massacrare sono gli oppressori del mio popolo."

Ecco lo sfondo, lo scenario storico del poema.

Arjuna è sconsolato, in preda all'illusione; ma, Sri Krishna ha sentito le sue parole; si volge verso il discepolo e lo consiglia di combattere. La guerra, generalmente, è considerata una calamità, e può sembrare strano che, in questa occasione, il Signore spinga Arjuna a gettarsi nella mischia; come dobbiamo comprendere il significato del messaggio? E' proprio il tema che sviluppa la Bhagavad Gita, e, lungo i diciotto capitoli che la compongono, essa ci prospetta un completo riassunto dell'intera filosofia del Vedanta; e noi possiamo consultare, in ogni circostanza, quest'opera; ci troveremo, sempre, dei pratici consigli per la nostra condotta personale.

Ognuno deve seguire due generi di doveri:

- gli uni, verso se stesso,

- gli altri, verso la società di cui fa parte.

Se riusciamo a comprendere correttamente le esortazioni di Sri Krishna, eviteremo di replicare l'errore abituale; e non generalizzeremo le istruzioni del Signore. Questo messaggio non suggerisce a tutti gli uomini di fare la guerra; si tratta di particolari indicazioni che concernono solo Arjuna. Costui deve, in primo luogo, capire quale sia il proprio dovere; e, solo in tal modo, egli potrà progredire, dal punto di vista spirituale.

Terminata l'evoluzione, l'ego si dissolve; si annichilisce nella comprensione della totalità (sarva). Ora, se noi fronteggiamo con coraggio ogni dovere della vita quotidiana, avremo la possibilità di ridurre, poco a poco, ogni tensione interiore; fino a quando sussiste in noi la minima resistenza dell'ego, ci è impossibile, sia conoscere Dio -se procediamo lungo la strada della devozione - che di fonderci con Brahmam, se scegliamo quella della conoscenza. L'errore nasce sempre dal fatto che l'individuo si osserva come colui che agisce (karta); egli dice:"Ho fatto questa, o quella cosa." E' l'ego, immerso nell'ignoranza, che si esprime in questa maniera; in realtà, lo stesso Dio agisce attraverso gli esseri e le cose.

Cominciamo, dunque, a studiare la natura dell'ego: l'ego (la vivente individualità che noi chiamiamo "jiva") non è che un aspetto della manifestazione; non appena entriamo in essa, cadiamo sotto il dominio della Natura (prakriti). Qui, si presentano le due categorie di esistenza, riconosciute dallo Samkhya - sistema che, abbiamo visto, è anteriore al Vedanta -; e queste categorie sono le seguenti:

- l'una è: purusa, l'Essere superiore, il principio spirituale.

- l'altra: prakriti, la Natura primordiale, la materia omogenea.

Quando prakriti si trova in uno stato di perfetto equilibrio, essa è indifferenziata; non esiste traccia di manifestazione. In contatto con purusa, la materia si anima; l'azione di Dio opera nella Natura; è allora che, secondo il Samkhya, nasce la prima vibrazione.

Debbo, a proposito, rimarcare un fatto; per il momento, spiego un testo, e mi riservo di criticare, più avanti, questa posizione filosofica.

A questo punto appare, in prakriti, una rottura di equilibrio; la Natura si manifesta; la materia cosmica entra in movimento. Prakriti possiede, in effetti, tre attributi (gunas):

-il tamas, o l'inerzia;

- il rajas, o l'attività;

. il sattva, o la purezza.

L'inerzia tende a diminuire; l'energia si afferma intensamente. Quando l'energia si indebolisce, la Natura si purifica; al contatto con purusa diviene sattvica. La funzione di purusa èdi galvanizzare la materia. Ma, appena questa raggiunge un sufficiente grado di purezza, si autodisintegra.

L'ego - ossia, la nostra individualità -non è altro, e lo ripeto, che un aspetto della manifestazione; fa parte, anch'esso, della Natura cosmica. E, come abbiamo riconosciuto tre attributi per il cosmo, per lui esistono tre stati di manifestazione: inerzia, energia, purezza, a seconda che un tale, o tal'altro guna vi predomini .

Ora, stiamo considerando solo il suo aspetto sottile; ma, se ci soffermiamo su quello grossolano, anche ivi distingueremo questi medesimi tre attributi.

Quando il mentale si trova in uno stato inerziale, non risponde alle eccitazioni esteriori; non gli è possibile evolvere. L'ego si esprime, innanzitutto, come energia (rajas); questa prima espressione si traduce con la seguente affermazione:" Io sono."

Tengo - onde evitare ogni confusione - a ripetere quanto ho già asserito: -spiegando dei testi, mi è necessario assumere un'attitudine oggettiva; non è,però, esattamente il mio pensiero che sto esponendo. Mi riservo di criticare ulteriormente la posizione filosofica di Samkhya.

Dal punto di vista sottile, o mentale, le forze di attrazione (raga), o di repulsione (dvesa) formano il carattere di ogni individuo, e, secondo Samkhya, queste rappresenta un nodo di tendenze; l'attrazione e la repulsione si esercitano come delle forze gravitanti attorno ad una presa di coscienza individuale; ciò chedistingue il mio carattere da quello di un altro è proprio il senso dell'ego; il sentimento del me, che chiamiamo "asmita".

Tutti i nostri pensieri, tutti i nostri desideri, tutte le nostre inclinazioni tendono ad un solo obiettivo: placare l'appetito di vivere, spegnere la sete di esistenza (abhiniveca).

La vita spirituale può svilupparsi in noi nella misura in cui si affievolisce il senso dell'ego. Se, al contrario, si accentua la resistenza, e il sentimento dell'io si rafforza, ci allontaniamo dalla verità.

Constatiamo, da quanto precede, che la "realizzazione" resta condizionata dai rapporti che stabiliamo con la Totalità. La vita spirituale ha, di conseguenza, lo scopo di eliminare la tensione dell'ego, che si esprime attraverso delle resistenze. Non ci è possibile raggiungerla di colpo e sbarazzarcene come di un fardello che ci infastidisce, e che si getterebbe a terra; non possiamo far altro che progredire, passo dopo passo, e facendo fronte agli obblighi e ai doveri che incombono su di noi. Così, Krishna, esorta Arjuna in questi termini:

"Il tuo dovere è di proteggere coloro che sono soggetti a te; non puoi eluderlo; opponiti al male; riprendi le tue armi e comportati sul campo di battaglia come un guerriero valoroso."

Questo insegnamento non concorda con la Vita spirituale.

In un'altra Gita, intitolata Uddhava Gita - che fa parte di un poema epico, il Bhagavata purana - Sri Krishna dà a Uddhhava, il suo discepolo, dei consigli del tutto diversi:

"Tu sei un asceta, e devi agire come tale; pratica l'ahimsa (la non violenza, la non resistenza); ritirati in un luogo solitario e lasciati andare alla contemplazione."

Le prescrizioni che vengono indirizzate ad Arjuna e a Uddhava non sono identiche, perchè i due discepoli hanno, ognuno, un dovere particolare da compiere; se Uddhava è un asceta e deve darsi alla meditazione, Arjuna, nato nella casta dei guerrieri, è un re, un protettore del popolo; deve combattere.

Il carattere e la situazione sociale determinano il dovere di ogni individuo, ma i precetti che si confanno ad Arjuna possono essere messi in pratica da tutti gli uomini che, nella loro vita, si trovano davanti ad un problema simile. In ogni situazione, dobbiamo sforzarci di integrare l'ego alla Totalità; questa è la prima realizzazione del divino e non potremo pervenirci se non purificando l'ego, attraverso una disciplina spirituale; bisogna divenire consapevoli del Sè che risiede nel cuore di tutte le cose. Colui che realizza l'Essere superiore, si accorge allora che il suo atman è l'atman di tutti gli esseri; e questo "Me", indefinitamente espanso, diviene il centro ed il pernio dell'universo.

L'adattamento al mondo esterno esige che, prima di ogni altra cosa, noi ce ne creiamo, nel nostro interno, un altro; è in noi che, innanzitutto, dobbiamo far regnare l'armonia. Ecco il principale insegnamento della Bhagavad Gita; ci insegna come giungere ad una sintesi dei differenti elementi del nostro mentale.

Certi psicologi moderni hanno attratto la nostra attenzione su una considerazione: ospitiamo in noi diverse individualità, e la mente è, molto spesso, dilaniata da lotte che si oppongono una all'altra. Cominciamo, quindi, ad unificare queste opposte tendenze; e non vi riusciremo se non fortificando le nostre aspirazioni verso la vita spirituale. E in questo sforzo, dobbiamo contare solo su noi stessi; l'atman può divenire, allora, sia il nostro amico, che il nostro nemico. Tutte le energie che possono aiutare la nostra rigenerazione, sono in noi; esse attendono che si faccia loro un cenno.

Wordsworts ha usato un'espressione simile:" Fino a che l'uomo non è riuscito, tramite i suoi propri sforzi, a superare se stesso, è rimasto tale e quale era: un povero diavolo!" E, nelle nostre sacre Scritture, ritroviamo lo stesso concetto:

"L'uomo deve elevarsi da solo e non lavorare per il proprio decadimento, poichè può rappresentare il suo miglior amico, ma, anche, il peggior nemico."

Bhagavad Gita, VI/5

Ognuno di noi possiede la facoltà di accedere ad un livello di coscienza più elevato dell'attuale. Cosa dobbiamo fare perchè ciò accada?

La Bhagavad Gita risponde:"Aguzzate il vostro buddhi". Il buddhi è l'intelligenza, la ragione superiore; l'intuizione, assunta nel suo senso etimologico; non si tratta dell'intelletto, o della ragione discorsiva. La funzione di buddhi è discriminare la verità dall'errore.

Nel 1939, ho visitato, a La Haye, l'umile mansarda, ove Spinoza ha vissuto per lunghi anni; il soffitto è talmente basso che i visitatori non possono stare in piedi, se non abbassando il capo; non è senza emozione che ho letto la scritta che questo filosofo ha tracciato sul muro, con la propria mano: oukunde doet dwalden (l'ignoranza è la causa dell'errore).

Sri Krishna proclama la medesima verità:

" Si deve puruficare il buddhi, poichè l'errore nasce sempre da una cattiva applicazione dell'intelligenza."

Ci è richiesto di esprimere un grande sforzo; dovremo fare atto di discriminazione, senza cessa; ma, verrà il momento in cui buddhi, come una vigile sentinella, resterà sempre sul chi vive; è con il testimone che dimora costantemente sullo sfondo della nostra individualità che noi dobbiamo identificarci.

Nel primo capitolo della Bhagavad Gita, se Arjuna lascia cadere le sue armi, è perchè si trova vittima dello smarrimento; buddi s'è oscurato in lui; alla fine del poema, nel XVIII capitolo, egli esclama:

"Oh, Signore, ho recuperato la mia intelligenza, ed ora comprendo."

Nel frattempo, Sri Krishna gli ha prodigato i suoi avvertimenti e spiegata l'intera filosofia; gli ha svelato ogni segreto spirituale; gli è apparso di persona, Lui, il Signore; tutto fu inutile; Arjuna doveva dissipare il suo errore da solo, prima di decidersi a combattere.

Buddhi è la scintilla divina che illumina, con il suo bagliore, l'intera Vita spirituale; se permettiamo che si veli, cadiamo nell'ignoranza, commettiamo degli errori.

Per purificare buddhi esiste un metodo: la pratica dello yoga.

Lo yoga

Se consideriamo la maggioranza delle lingue indo-europee, ritroviamo la stessa radice nei termini: yoga, jugum, joug, yoke, ecc.. La parola "yoga" significa unione; è il momento in cui l'individuo si unisce all'essere supremo.

Esistono diverse definizione dello yoga; iniziamo a scorrerle.

1° Ecco quella che fornisce Patanjali, il massimo psicologo dell'India, che visse tre secoli prima di Cristo: lo Yoga è la soppressione totale di ogni modificazione (vrittis) del pensiero.

Questa non una spiegazione filosofica, ma di ordine psicologico. Non appena nasce la minima onda nella mente, appare la molteplicità. Attraverso la concentrazione si giunge a sospendere ogni moto del pensiero; non si tratta di atrofizzare lo spirito, nè di immergersi in un sonno profondo. Ma ,di provocare solo l 'arresto di ogni attività mentale.

Creare il vuoto spirituale non è una cosa semplice! Ammettendo che vi si possa pervenire, l'appetito di vivere è così forte e vivace che l'individualità non accetta di venire annichilita; l'arresto del pensiero equivale al silenzio, alla morte, e non ci si risolve a morire in se stessi; quando tocchiamo l'apice, appare, allora, un sussulto; l'ego si riappropria dei suoi diritti. Finchè la sete di esistenza si fa sentire in noi, dobbiamo rinunciare a godere della suprema Felicità.

Non immaginatevi che ciò sia pura teoria. Se, un giorno, visiterete l'India, incontrerete sicuramente degli yoghi capaci di realizzare il vuoto nella loro mente; il mio maestro (Sri Ramakrishna) ha realizzato questa prodezza, come molte altre; si resta in questi stato per diverse ore, per diversi giorni; a volte, per diversi mesi; il corpo è completamente inerte, inanimato; presenta la rigidezza di un blocco di pietra; non un respiro, non un battito del cuore.

Questo totale arresto del pensiero, questo vuoto assoluto dello spirito Patanjali lo chiama yoga, Unione.

2° Il Samkhya e la Bhagavad Gita offrono una versione diversa: lo yoga è la realizzazione dell'omogeneità.

Sino a quando si percepisce la più leggera distinzione, l'Unione non può realizzarsi; nell'Unione perfetta non appare che eguaglianza, identità, omogeneità. Nel capitolo VI, la Bhagavad Gita dice:

20.- "Quando il pensiero si arresta, sospeso dalla pratica dello yoga;

" Quando, realizzando l'atman (universale) attraverso l'atman (individuale), il Saggio gode la soddisfazione nel suo proprio Sè;

21.-" Quando conosce questa Felicità infinita che, inaccessibile ai sensi, non può essere sentita che attraverso buddhi;

"Quando, fermamente stabile nell'atman, non può più separarsi dalla verità;

22.- "Quando, dopo essersi elevato sino a questo stato, pensa che non vi potrebbe essere per lui un guadagno superiore a questo;

" Quando, stabile nell'atman, non è più turbato dalla più viva delle sofferenze;

23.-" Quando il contatto con il dolore è definitivamente interrotto, ecco cosa viene chiamato yoga;

" Sappilo. Ma, bisogna che lo yoga venga praticato con una indomabile risoluzione, con una volontà che non si faccia mai piegare."

Il Sè di cui si parla, è l'atman; e lo yoga, come viene descritto, è la cessazione di ogni rapporto con il dolore.

Si è portati a chiedere quale sia, dal punto di vista filosofico, il valore della prima definizione; riconosciamo, comunque - al di fuori di ogni teoria e di ogni costruzione intellettuale - che, attraverso questo procedimento sperimentale, si può contemplare l'aspetto del non-manifesto, complementare alla manifestazione; a riguardo, l'esperienza offre un capitale interesse, e dobbiamo prenderla in seria considerazione.

La seconda definizione permette di dominare la sofferenza e di conoscere Dio. Non si tratta, come per i buddisti, di giungere ad uno stato puramente negativo, ove la sofferenza non appare più; qui, ci si sforza di raggiungere un risultato positivo, di accedere ad un ordine superiore di realtà.

3° Ecco la terza definizione: si realizza l'Unione perfetta , sviluppando costantemente in sè l'abilità professionale, aumentando senza posa l'efficacia di ogni nostro atto (yogah karmasu kausalam)

Ecco, le tre più importanti definizioni.

(fine della prima parte)

 
<< Inizio < Prec. 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 Succ. > Fine >>

Pagina 15 di 20
RocketTheme Joomla Templates